Negli ultimi anni la servitizzazione si è affermata come una delle trasformazioni più rilevanti del panorama manifatturiero, mentre la sostenibilità ambientale è diventata una priorità crescente per imprese e istituzioni. Eppure, il collegamento tra queste due traiettorie rimane spesso implicito e poco strutturato. La Community Research svolta di cui abbiamo parlato in precedenti articoli (vedi: Servitization e sostenibilità: la sfida (ancora aperta) della misurazione e Servitization e sostenibilità: la ricerca ASAP misura il valore ambientale dei servizi n.d.r.) si inserisce proprio in questo spazio, con l’obiettivo di comprendere in che modo i servizi generino benefici ambientali e, soprattutto, come questi possano essere resi espliciti e misurabili.
Il potenziale ambientale della servitizzazione
L’analisi condotta su nove imprese manifatturiere restituisce un quadro chiaro ma non privo di tensioni: il potenziale ambientale della servitizzazione è già presente nelle pratiche operative, ma raramente è riconosciuto e governato come leva strategica.
Un legame ancora fragile. Nella maggior parte dei casi, l’attenzione alla sostenibilità si traduce in iniziative specifiche, progetti circoscritti o pratiche tattiche, raramente integrate nei modelli di business. La servitizzazione, in altre parole, non nasce ancora come leva ambientale progettata, ma evolve progressivamente in questa direzione, spesso in modo non intenzionale.
Gli obiettivi principali dei servizi avanzati
Quando il business guida (e la sostenibilità segue). Le imprese sviluppano servizi avanzati principalmente per migliorare la gestione degli asset, aumentare l’efficienza operativa, ridurre i costi e rafforzare la relazione con il cliente. I benefici ambientali sono riconosciuti, ma rimangono nella maggior parte dei casi un effetto collaterale virtuoso. Ne deriva un paradosso rilevante: il potenziale ambientale esiste ed è già attivo, ma ciò che non nasce come obiettivo difficilmente viene progettato, misurato e governato.
Il paradosso del service
Il paradosso del service: centrale ma non governato. La funzione service è spesso direttamente coinvolta in pratiche che generano impatti ambientali positivi. Tuttavia, solo in pochi casi è formalmente responsabilizzata attraverso target ambientali o integrata in una governance strategica. Si crea così una disconnessione tra contributo operativo e riconoscimento strategico, che rappresenta uno dei principali nodi emersi dalla ricerca.
I servizi più sostenibili… ma meno diffusi. Le soluzioni più direttamente associate a benefici ambientali – come revamping, refurbishment o consulenza energetica – rimangono spesso limitate a contesti di nicchia. Al contrario, i servizi più diffusi, come manutenzione preventiva, monitoraggio remoto e assistenza tecnica, incidono in modo significativo su efficienza, consumi ed estensione della vita utile, ma non vengono generalmente interpretati o comunicati come leve ambientali. La sostenibilità più strutturata tende così a concentrarsi nei servizi meno scalati, mentre il contributo ambientale dei servizi più capillari resta in larga parte implicito.
Environmental Value Drivers fondamentali per collegare le attività di servizio agli effetti ambientali
Una lente per rendere esplicito ciò che resta implicito. In questo contesto, gli Environmental Value Drivers rappresentano uno strumento fondamentale per collegare in modo chiaro le attività di servizio agli effetti ambientali generati. Dall’analisi emerge come i driver più rilevanti – riduzione dei consumi energetici, estensione della vita utile, riduzione delle emissioni – siano trasversali ai diversi servizi.
Allo stesso tempo, il contributo ambientale si realizza prevalentemente attraverso meccanismi indiretti, legati al miglioramento dell’efficienza operativa, alla riduzione dei guasti e all’ottimizzazione dell’utilizzo degli asset.
Il vero nodo: la misurazione. Nonostante la crescente consapevolezza del valore ambientale dei servizi, la sua traduzione in metriche formalizzate è ancora limitata. I benefici sono spesso percepiti o descritti qualitativamente, ma raramente supportati da dati strutturati e indicatori condivisi. Si crea così un divario tra intenzione, percezione e capacità di governo del fenomeno.

Il potenziale ambientale della servitizzazione
Nel complesso, la ricerca restituisce un’immagine chiara. La servitizzazione possiede un potenziale ambientale concreto, già attivo in numerose pratiche operative, soprattutto nella fase d’uso del prodotto. Tuttavia, questo potenziale non è ancora pienamente sistematizzato né integrato nei modelli decisionali. Le imprese continuano a muoversi prevalentemente secondo logiche di business, mentre la sostenibilità emerge come conseguenza positiva più che come obiettivo progettuale.
Il passaggio decisivo riguarda quindi la formalizzazione: rendere esplicito il contributo ambientale dei servizi, assegnare responsabilità strategiche alla funzione service, sviluppare metriche condivise e integrare i driver ambientali nei processi decisionali. La sfida non è più comprendere se i servizi possano contribuire alla sostenibilità, ma come governare consapevolmente questo contributo.
Appuntamento all’evento di presentazione della ricerca il prossimo 7 maggio
Questi risultati rappresentano una prima sistematizzazione delle evidenze emerse dalla Community Research del Centro Interuniversitario ASAP.
La presentazione completa della ricerca si terrà il prossimo 7 maggio presso l’Università di Brescia – info ed iscrizioni QUI











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