Food sustainability

Agrifood sostenibile in fermento: boom di startup nel 2020 (+56%), Italia solo 12a al mondo ma in forte crescita

Continua l’innovazione responsabile del comparto a livello globale, che in un anno ha contato 1.808 realtà in più: in crescita le pratiche circolari per la prevenzione degli sprechi alimentari e la gestione delle eccedenze, mentre emergono soluzioni di packaging “parlante” e filiera corta. Gli ultimi dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano

08 Lug 2021

Veronica Balocco

Programmare la produzione in modo flessibile, prevedere la domanda con più reattività, organizzare la redistribuzione delle eccedenze. Ma anche promuovere il packaging sostenibile, in grado di “parlare” ai diversi attori della filiera stimolando comportamenti virtuosi, condividendo informazioni e facilitando alcune attività logistiche. E ridare dignità alle filiere corte, fondate sulla prossimità geografica, relazionale e informativa per accorciare le distanze fra produttori e consumatori e ridurre le diseguaglianze di redditi fra piccoli produttori e grande distribuzione.

Sono solo alcune delle opportunità che l’economia circolare e il mondo IT aprono al mondo Agrifood, il cui comparto trasformazione sta attraversando un vero e proprio momento di rivoluzione. Merito di una diffusa spinta innovativa, i cui effetti si riversano su tutto il settore indistintamente, grazie soprattutto al vero e proprio boom di nuove imprese che perseguono uno o più degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) fissati dall’Agenda 2030 dell’ONU.

A rilevare i dati è la ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano – presentata nei giorni scorsi durante il convegno online “Dai semi dell’innovazione, ai frutti della sostenibilità!” -, secondo cui fra il 2016 e il 2020, a livello internazionale, sono nate ben 1.808 startup agrifood sostenibili, il 56% in più delle 1.158 censite lo scorso anno e il 25% del totale delle startup dell’agroalimentare (7.120).

Prima al mondo (ancora) la Norvegia

Il report pone l’accento anche sulla distribuzione geografica delle nuove imprese a vocazione sostenibile: una mappa che di fatto rispecchia le classifiche di sostenibilità internazionali, mettendo al primo posto la Norvegia, prima al mondo anche nella lista Sustainalytics dei 20 Stati più virtuosi sulla base dei rating di rischio. Il Paese scandinavo, in particolare, conta 24 nuove startup agrifood, il 58% delle quali sostenibile, seguito da Israele (139 startup, 46% sostenibile) e Uganda (24 startup, 46% sostenibile). Nella classifica l’Italia si colloca solo in dodicesima posizione, con 22 startup sostenibili sulle 76 nuove imprese agrifood censite (29%), ma presenta un mercato in evidente crescita rispetto allo scorso anno: 15 startup sostenibili in più (erano 7 nel 2019, il 13% del totale) e 23 milioni di dollari di investimenti raccolti contro i 300mila dollari di un anno fa, pari a un finanziamento medio di un milione di dollari.

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La ricerca fa notare poi che il 40% delle imprese emergenti ha ottenuto almeno un finanziamento, per un totale di 5,6 miliardi di dollari raccolti, pari a una media di circa 7,7 milioni di dollari (2,5 milioni in più rispetto al 2019). Quanto agli SDGs prioritari, primo posto per la transizione a sistemi di produzione e consumo più responsabili (SDG 12), dove si concentra il 35% delle soluzioni proposte dalle nuove imprese, quindi lotta alla fame (SDG 2) con il 21% e crescita economica sostenibile e inclusiva (SDG 8) con il 17%.

Innovazione per la sostenibilità

Entrando nel dettaglio delle pratiche di sostenibilità che stanno rinnovando il comparto Agrifood, emerge dall’indagine che le imprese stanno adottando iniziative per recuperare e valorizzare le eccedenze generate con una logica di economia circolare, definendo priorità strategiche e criteri di gestione. Secondo un sondaggio condotto dall’Osservatorio su 109 centri di trasformazione (stabilimenti produttivi e depositi di distribuzione) di imprese con fatturato superiore a 50 milioni di euro, l’attenzione del comparto della trasformazione alimentare si concentra sulla prevenzione attraverso la programmazione flessibile della capacità produttiva (87% del campione), il miglioramento della previsione della domanda (83%) e l’adozione di soluzioni di packaging innovativo (62%) e tecnologie per migliorare la conservabilità dei prodotti (56%), quest’ultime pratiche particolarmente diffuse nel segmento del fresco e a cui puntano anche la distribuzione e la ristorazione collettiva.

La priorità di gestione delle eccedenze generate, invece, ricade sulla ridistribuzione per consumo umano, preferibilmente attraverso la donazione a organizzazioni non-profit (70%). Il riutilizzo per consumo animale è praticato dove possibile, mentre il riciclo in altri prodotti e il recupero energetico sono ancora poco esplorati per le difficoltà e i costi di implementazione.

“Nel comparto della trasformazione c’è un’attenzione crescente alla prevenzione degli sprechi alimentari, ma la misurazione delle eccedenze non è ancora sistematica nelle diverse fasi del ciclo del prodotto e resta un ambito su cui lavorare e investire per introdurre processi più strutturati ed efficaci – afferma Marco Melacini, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability – L’impegno del management verso la circolarità, il coinvolgimento del personale e l’attenzione all’opinione dei media e degli altri stakeholder e le opportunità di sinergie con gli altri attori della filiera sono i principali fattori che spingono ad adottare pratiche di economia circolare. Ma emergono diverse barriere alla circolarità legate alle difficoltà operative di gestione, alla scarsa conoscenza delle soluzioni disponibili, alle incertezze normative e a una limitata comunicazione di filiera”.

Attenzione al food packaging

Parallelamente alle nuove soluzioni di gestione della produzione, si fanno strada innovazioni tecnologiche e di packaging capaci di migliorare la conservabilità dei prodotti e di estenderne la “shelf life”. Il packaging ha infatti un ruolo sempre più importante nella prevenzione e riduzione delle eccedenze alimentari e la sua progettazione incide in tutte le fasi del ciclo di vita del prodotto alimentare.

Ma cosa distingue un packaging sostenibile? La confezione è tale quando promuove comportamenti virtuosi da parte del consumatore grazie alla sua facilità di uso, risigillabilità, porzionamento etc; quando aiuta a superare le criticità delle attività logistiche come l’impilabilità, la standardizzazione o l’efficienza di manipolazione; quando è “parlante”, cioè sfrutta tecnologie innovative per condividere in tempo reale informazioni che consentono di ottimizzare la conservazione e preservare la qualità del cibo; quando migliora la tracciabilità e utilizza materiali ad alte prestazioni.

“Le nuove tecnologie permettono al packaging di “parlare” ai diversi attori della filiera, promuovendo comportamenti sostenibili e responsabili – afferma Barbara Del Curto, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Con la tecnologia è possibile raccogliere e trasmettere direttamente al consumatore informazioni sulle date critiche, la composizione e l’origine dei materiali, le caratteristiche dell’imballaggio, i rapporti di filiera e le modalità di produzione, estendendo l’esperienza del consumatore oltre la fase di acquisto e consumo. Ma l’impatto è positivo sull’intera supply chain, poiché abilita trasparenza e prossimità informativa, facilita la gestione del cibo e previene gli sprechi”.

Filiere corte sostenibili per superare diseguaglianze e povertà

Le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi lungo la filiera e il problema della povertà rurale rappresentano altre sfide importanti che l’Agrifood sta tentando di superare.
A livello globale, il 90%1 delle aziende di produzione agricola rientra tra le “family farms”, ovvero piccole realtà a conduzione familiare, mentre in Europa il dato sale al 95%2 . Lo stadio della produzione agricola è un anello fondamentale della filiera, ma spesso le dimensioni ridotte e lo scarso potere contrattuale rappresentano ostacoli al loro sviluppo. “Si tratta di sfide che si possono vincere con ‘filiere corte sostenibili’, cioè basate su relazioni quanto più dirette e durature fra i diversi attori della filiera – afferma Federico Caniato, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Non si tratta solo di ridurre il numero di intermediari e di anelli lungo la filiera ma di lavorare sull’intensità delle relazioni fra produttori, fornitori e consumatori”.

L’Osservatorio ha identificato tre iniziative in grado di accorciare la distanza fra produttori e consumatori lungo la filiera:

  • la formazione dei produttori, che implica interazioni dirette fra le imprese di trasformazione e i produttori, in particolare per lavorare sullo sviluppo del fornitore a lungo termine;
  • la condivisione dei benefici e dei rischi a monte e a valle della filiera, che diminuirebbe gli svantaggi percepiti dai produttori;
  • la determinazione congiunta di un prezzo equo attraverso accordi specifici, che ridurrebbe il divario esistente fra piccoli produttori e grande distribuzione e migliorerebbe condizioni e prestazioni dei primi.

Oltre che sulla prossimità relazionale, le filiere corte sostenibili si basano anche su quella informativa. La tracciabilità delle informazioni aumenta la consapevolezza sulla sostenibilità, incentiva l’adozione di pratiche aziendali virtuose e la condivisione delle informazioni. È legata alla tipologia e alla quantità di informazioni condivise fra gli attori e ai sistemi utilizzati per raccoglierle e gestirle.

Lavorare sulla circolarità delle risorse

“La pandemia ha avuto un forte impatto sui sistemi alimentari urbani, mettendo in crisi l’accesso al cibo per le fasce di popolazione più vulnerabili, accentuando paradosso dell’insicurezza alimentare a fronte dello spreco di cibo e stressando le filiere agroalimentari globali – afferma Raffaella Cagliano, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. È emersa l’importanza di tracciare e condividere le informazioni e il ruolo centrale del packaging, che attraverso tecnologie e materiali innovativi si è adattato al boom dell’e-commerce. Il traguardo di una transizione sostenibile e inclusiva “from farm to fork” si potrà raggiungere solo lavorando sulla circolarità delle risorse, sull’integrazione delle diverse innovazioni disponibili, sullo sviluppo e aggiornamento delle competenze degli operatori del settore e sulla costruzione di relazioni più solide e dirette fra i diversi attori della filiera agroalimentare”.

L’emergenza non ha arrestato il fermento innovativo del settore, che, nel quinquennio dal 2016 al 2020, ha visto una crescita di startup agrifood che propongono nuove soluzioni orientate agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, in particolare a porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare e promuovere un’agricoltura sostenibile, garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo e incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile e un lavoro dignitoso per tutti – afferma Paola Garrone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. I fornitori di servizi guidano l’innovazione sostenibile nel sistema agroalimentare (744 startup, 41%), con soluzioni per raccogliere e condividere dati e informazioni, migliorare la programmazione della produzione e la gestione delle scorte, ridurre gli sprechi. Seguono le startup attive nella fase di Food Processing (352, 20%), con investimenti in ingredienti naturali e cibi proteici alternativi, e i fornitori di tecnologia (205 startup, 11%), che offrono tecnologie innovative per l’agricoltura di precisione”.

Il bilancio del progetto Hub di Quartiere a Milano

Le amministrazioni cittadine stanno assumendo un ruolo fondamentale per risolvere il paradosso tra insicurezza alimentare e spreco di cibo in ambito urbano, sviluppando politiche di contrasto alla povertà e ridistribuzione delle eccedenze alimentari. Un esempio di queste politiche è il progetto Hub di Quartiere contro lo Spreco Alimentare, lanciato a gennaio 2019 nel quartiere Isola di Milano per raccogliere prodotti rimasti invenduti nei punti vendita della gdo e di pasti non serviti nelle mense aziendali in un hub logistico in cui i prodotti vengono smistati, creando mix alimentari equilibrati, e redistribuiti alle persone bisognose attraverso una rete di associazioni non-profit. L’iniziativa è nata da un protocollo d’intesa tra Politecnico di Milano, Comune di Milano Food Policy, Assolombarda, in sinergia con il programma QuBì – La ricetta contro la povertà infantile – coordinato dalla Fondazione Cariplo. A ottobre 2020 si è aggiunto l‘Hub di Lambrate.

“Nel 2020 i due hub hanno permesso di raccogliere 76 tonnellate di alimenti, per un valor economico di oltre 310.000 euro, ridistribuite a 3.300 nuclei familiari – afferma Giulia Bartezzaghi, Direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability -. Nei primi 4 mesi del 2021 sono state già raccolte oltre 60 tonnellate di eccedenze, per un valore economico di oltre 250.000 euro, ridistribuite a 27 organizzazioni non-profit. Ad oggi la rete di attori coinvolti si è ulteriormente ampliata e si sta lavorando all’apertura di un terzo hub nel quartiere del Gallaratese”.

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