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SFDR: come diventare davvero anti-greenwashing



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La regolazione europea sulla trasparenza sta spostando il focus dalla narrazione alla sostanza. Processi, dati, governance e comunicazione devono oggi essere allineati per ridurre rischi regolatori e reputazionali. Un’analisi di come la disclosure obbligatoria stia ridefinendo il rapporto tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità dimostrabile nei mercati

Pubblicato il 22 gen 2026



SFDR anti-greenwashing

Il greenwashing è stato trattato a lungo come un problema di comunicazione. Oggi, per il mondo della finanza e per le organizzazioni che operano lungo la filiera degli investimenti, è sempre più evidente che si tratta di un rischio di business a tutti gli effetti. Le dichiarazioni ESG non supportate da processi solidi possono tradursi in sanzioni, contenziosi, perdita di fiducia degli investitori e, soprattutto, in una distorsione delle decisioni strategiche.

Le autorità europee di vigilanza hanno chiarito che il greenwashing non coincide soltanto con affermazioni palesemente false, ma include anche informazioni parziali, ambigue o non dimostrabili. In questo scenario, la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) assume un ruolo centrale, perché sposta il baricentro della sostenibilità dalla narrazione all’evidenza documentata.

SFDR: trasparenza come architettura di sistema

Introdotta con il Regolamento (UE) 2019/2088, la SFDR nasce per aumentare la trasparenza delle informazioni di sostenibilità nei mercati finanziari. Il suo obiettivo non è premiare chi è più “verde”, ma rendere confrontabili e verificabili le dichiarazioni ESG di operatori e prodotti. Per questo motivo la normativa agisce su due livelli: quello dell’entità, chiedendo di spiegare come i rischi di sostenibilità sono integrati nei processi decisionali, e quello del prodotto, imponendo di chiarire cosa significa, in concreto, promuovere caratteristiche ambientali o sociali o perseguire un obiettivo di investimento sostenibile.

Per un pubblico manageriale, è fondamentale comprendere che la SFDR non è un esercizio di reporting fine a sé stesso. È un dispositivo di governance che obbliga le organizzazioni a rendere esplicite le proprie scelte, riducendo lo spazio per interpretazioni opportunistiche e per una comunicazione scollegata dalla realtà operativa.

Perché la SFDR non è un’etichetta ESG

Uno degli errori più frequenti è interpretare la classificazione dei prodotti secondo la SFDR come una scala di sostenibilità. Questa lettura, spesso alimentata da esigenze commerciali, è stata più volte smentita dalla Commissione europea e dalle autorità di vigilanza. La SFDR non certifica la sostenibilità di un prodotto, ma descrive il modo in cui gli aspetti ESG sono integrati o perseguiti.

Quando questa distinzione viene ignorata, il rischio di greenwashing aumenta in modo significativo. Per un’organizzazione, utilizzare una classificazione normativa come leva di marketing senza un adeguato supporto metodologico espone a rischi regolatori e reputazionali che possono emergere anche a distanza di tempo, attraverso controlli di vigilanza o richieste di chiarimento da parte degli investitori istituzionali.

Dalla dichiarazione alla dimostrazione: il cambio di paradigma

Il vero salto culturale imposto dalla SFDR riguarda il passaggio dalla dichiarazione alla dimostrazione. Ogni affermazione ESG deve poter essere ricondotta a un processo, a una decisione e a un dato. Questo vale per l’integrazione dei rischi di sostenibilità, per la gestione degli impatti negativi e per la costruzione dei portafogli.

Dal punto di vista organizzativo, ciò implica un allineamento profondo tra funzioni diverse. Investment management, risk management, compliance, sustainability e marketing non possono più operare in silos. La SFDR costringe a una visione integrata, in cui la sostenibilità diventa parte del processo decisionale e non un layer aggiuntivo di comunicazione.

Il ruolo strategico dei Regulatory Technical Standards

I Regulatory Technical Standards, adottati con il Regolamento delegato (UE) 2022/1288, rappresentano uno degli strumenti più efficaci nella lotta al greenwashing. I template standardizzati per le informative precontrattuali, per i siti web e per le relazioni periodiche riducono drasticamente lo spazio per ambiguità narrative.

Dal punto di vista manageriale, gli RTS hanno un impatto diretto sull’organizzazione dei dati e dei flussi informativi. Le informazioni richieste devono essere coerenti nel tempo, confrontabili e supportate da metodologie esplicite. Compilare i template senza rivedere i processi sottostanti espone a rischi elevati, perché le incoerenze emergono facilmente quando la disclosure diventa strutturata.

“Investimento sostenibile”: una definizione che richiede governance

La definizione di investimento sostenibile contenuta nella SFDR è uno degli elementi più complessi da gestire. Richiede la combinazione di contributo a obiettivi ambientali o sociali, rispetto del principio di non arrecare danni significativi e applicazione di buone pratiche di governance. Nella pratica, questo significa costruire una definizione interna che sia coerente, documentata e difendibile.

Per le organizzazioni, il rischio non è tanto adottare una definizione “imperfetta”, quanto non avere una definizione chiara. Le autorità di vigilanza hanno sottolineato che la trasparenza sulle scelte metodologiche e sui limiti dei dati è un elemento chiave per evitare il greenwashing. Dichiarare certezze assolute in un contesto di informazioni incomplete è molto più rischioso che esplicitare le aree di incertezza.

DNSH e Tassonomia: quando la sostenibilità diventa misurabile

Il principio del Do No Significant Harm rappresenta uno snodo cruciale per la credibilità delle strategie ESG. Troppo spesso viene trattato come un requisito formale, mentre in realtà costituisce uno degli strumenti più potenti per distinguere tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità effettiva.

L’integrazione con il Regolamento sulla Tassonomia europea rafforza questo approccio, perché introduce criteri tecnici che permettono di valutare in modo più oggettivo il contributo ambientale delle attività economiche. Quando SFDR e Tassonomia vengono utilizzate in modo coerente, la sostenibilità esce dalla dimensione narrativa ed entra in quella verificabile, riducendo significativamente il rischio di greenwashing.

PAI: la prova della serietà dell’approccio ESG

I Principal Adverse Impacts rappresentano uno dei punti più delicati dell’impianto SFDR. Dichiarare di considerarli significa assumersi la responsabilità di integrarli realmente nei processi decisionali. Dal punto di vista della governance, questo implica definire ruoli, responsabilità e controlli sulla qualità dei dati.

Molte criticità emerse nei primi anni di applicazione della SFDR derivano da un approccio formale ai PAI, utilizzati come esercizio di rendicontazione piuttosto che come strumento di gestione del rischio. Per un’organizzazione, la scelta di considerare i PAI deve essere coerente con la propria capacità operativa, altrimenti il rischio di greenwashing è elevato.

Naming e comunicazione: il confine sottile tra chiarezza e fuorvianza

Il tema del naming dei prodotti ESG è diventato centrale anche grazie alle linee guida ESMA sull’uso dei termini di sostenibilità nei nomi dei fondi. Queste indicazioni confermano che la lotta al greenwashing non riguarda solo i documenti regolamentari, ma anche il modo in cui i prodotti vengono presentati al mercato.

Per i manager, questo significa rivedere in modo critico la comunicazione commerciale, assicurandosi che ogni termine utilizzato sia supportato da criteri reali e verificabili. In un contesto di crescente attenzione da parte dei supervisori, la coerenza tra naming, strategia e portafoglio diventa un elemento di protezione del valore aziendale.

SFDR come leva di maturità organizzativa

Uno degli effetti meno evidenti ma più rilevanti della SFDR è il suo impatto sulla maturità organizzativa. Le aziende e gli operatori finanziari che affrontano la normativa come un mero adempimento rischiano di subirla. Chi invece la utilizza come occasione per rivedere processi, governance e flussi informativi può trasformarla in una leva di miglioramento strutturale.

In questa prospettiva, l’anti-greenwashing non è un obiettivo isolato, ma il risultato di un sistema in cui la sostenibilità è integrata nelle decisioni strategiche, nei sistemi di controllo e nella cultura aziendale.

Verso SFDR 2.0: trasparenza più utile, meno ambiguità

Le proposte di revisione della SFDR avanzate dalla Commissione europea indicano chiaramente la direzione futura. L’obiettivo è rendere la normativa più semplice, più comprensibile per gli investitori e più efficace nel contrastare il greenwashing. Per le organizzazioni, questo significa prepararsi a un contesto in cui la qualità dell’informazione conterà più della quantità.

Investire oggi in dati affidabili, processi robusti e comunicazione responsabile permette di affrontare con maggiore serenità l’evoluzione regolatoria, riducendo i costi di adeguamento futuri e rafforzando la credibilità sul mercato.

Anti-greenwashing come scelta strategica

In un contesto in cui la sostenibilità è sempre più centrale nelle decisioni di investimento, la credibilità diventa un vantaggio competitivo. La SFDR offre un quadro chiaro per costruire questa credibilità, a patto di essere interpretata come uno strumento di governo e non come un esercizio formale.

Diventare davvero anti-greenwashing significa accettare la complessità della sostenibilità e gestirla con trasparenza, coerenza e responsabilità. Per la finanza e per le imprese, è questa la condizione necessaria per contribuire in modo credibile alla transizione verso un’economia più sostenibile.

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