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Cina, sostenibilità, ESG e standard: come cambia lo scenario?



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Alcune riflessioni sui primi passi verso il coinvolgimento delle aziende cinesi in pratiche di rendicontazione di sostenibilità, con implicazioni significative per la gestione delle emissioni di CO2 e per le catene di fornitura a livello globale

Pubblicato il 6 mar 2024

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it e Agrifood.Tech



OUR WORLD IN DATA EMISSIONS
Fonte: Our World in Data

Nelle scorse settimane è arrivata la notizia che tre importanti stock exchange cinesi avevano adottato una serie di linee guida per la divulgazione dei temi legati ai mondi ESG e sustainability che interessavano alcune società quotate. (Cina: linee guida sulla sostenibilità su tre mercati azionari n.d.r.)

Si tratta di misure che riguarderanno le aziende di maggiori dimensioni, limitate al momento a circa 400 realtà; mentre, per quelle di minori dimensioni, dovrebbero arrivare delle linee guida per forme di rendicontazione su base volontaria. In ogni caso a partire dal 2026, è previsto che un numero significativo di aziende quotate su questi mercati inizierà a predisporre e presentare una rendicontazione di sostenibilità.

I criteri per la rendicontazione ESG e il focus sulle supply chain

I criteri di riferimento per la rendicontazione attengono ai temi della gestione dell’impatto, dei rischi, della governance e della strategia. Per tutte queste dimensioni, i report prevedono dati e informazioni su obiettivi e metriche con un approccio e una logica che presenta qualche affinità con quello della Doppia materialità, ovvero con una rendicontazione che misura l’impatto delle imprese sull’ambiente ma che valuta, nello stesso tempo, i rischi ESG relativi all’impatto del cambiamento climatico sull’andamento delle aziende.

Quando si guarda al rapporto tra Cina e sostenibilità si osserva un fenomeno certamente complesso. La Cina è l’area del pianeta con la più alta quantità di emissioni di CO2 e con un trend che, insieme a quello dell’India, non mostra segnali di riduzione (come si può osservare nell’immagine di copertina di questo articolo). La necessità di intervenire è indiscutibilmente altissima. Al contempo, sono tantissime le imprese cinesi che contribuiscono alle supply chain di grandi aziende europee o statunitensi impegnate nella gestione di rendicontazioni a livello di Scope 3. Aziende che hanno la necessità di disporre di fornitori in grado di documentare le loro attività anche in termini di gestione dell’impatto ambientale e di rispetto dei diritti sul piano sociale. Il tutto in linea con gli standard internazionali.

Dalla Cina un segnale in favore della rendicontazione di sostenibilità

L’introduzione di linee guida per alcune società quotate sullo Shanghai Stock Exchange, sulla Shenzhen Stock Exchange e sulla Borsa di Pechino Beijing Stock Exchange sembrerebbe un segnale per iniziare ad allineare la rendicontazione di sostenibilità delle imprese cinesi a quella internazionale.

Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant, P4I, guarda a questo passaggio con scetticismo. Osserva che si tratta di una rendicontazione aziendale che si sta definendo in un contesto chiuso, dove manca un accesso pubblico alle informazioni e ai dati. Anche per quanto riguarda la rendicontazione ESG i risultati andranno valutati con molta prudenza.

Nello stesso tempo, con una diversa prospettiva, si deve osservare che la seconda economia del mondo sta affrontando il tema della rendicontazione di sostenibilità senza la stessa pressione dell’opinione pubblica incalzante che si registra in altre aree del pianeta. Un fatto che merita attenzione. La chiave di lettura con cui si guarda a questo atteggiamento induce a riflettere sul fatto che probabilmente le imprese cinesi non vogliono correre rischi di restare escluse o rinunciare anche solo in parte a un mercato importante come quello europeo. Certamente sarà però molto importante valutare gli standard di rendicontazione e le metriche adottate così come anche le modalità di applicazione, ma il segnale che si deve leggere dietro a queste linee guida riguarda il fatto che in Cina hanno percepito il valore di trust con cui in Europa si guarda all’adozione degli standard di rendicontazione di sostenibilità.

Sergio Fumagalli, Senior Partner P4I, Team leader sostenibilità mette a sua volta in evidenza che, al di là dell’utilità ai fini di benchmarking e delle valutazioni di merito sulla validità dei dati e delle informazioni, rimane certamente il fatto che dietro a queste linee guida si può intravvedere un nuovo approccio verso i temi ESG e alle logiche dei Rating ESG, un atteggiamento che con il tempo e con ulteriori passaggi potrebbe definire come si muoveranno anche le aziende cinesi in futuro.

Nicola Saccani, professore associato Università di Brescia e Laboratorio RISE, invita a osservare questo passaggio anche da una diversa prospettiva. E’ certamente importante considerare i dati relativi alle emissioni globali per quanto attiene ai volumi delle emissioni direttamente riconducibili a un determinato territorio, in quanto prodotte in quel territorio, ma è importante leggere anche le emissioni di CO2 in termini di consumo, quindi guardare ai territori in cui vengono poi effettivamente “consumate”. Concretamente, per rimanere al tema delle imprese cinesi, si dovrebbe iniziare a considerare le emissioni in funzione al luogo in cui vengono utilizzati i prodotti realizzati in Cina. Ciò può rappresentare un passo in avanti per comprendere in modo sempre più chiaro la distinzione tra la misurazione e il controllo delle emissioni prodotte in un paese e la misurazione e il controllo di chi poi effettivamente genera e consuma quelle emissioni.

In generale, siamo davanti a una prospettiva che è destinata a cambiare il peso di queste realtà nell’ambito delle catene di fornitura con le quali collaborano, in uno scenario che è sempre più guidato dalle necessità di rendicontazione di tipo Scope 3.

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