L'intervista

Hacking Activism, idee e talenti a confronto per salvare i fiumi

Appuntamento il 21 gennaio alla Fabbrica del Vapore di Milano. Matteo Villa: “Obiettivo dell’hackathon è utilizzare metodologie di innovazione per risolvere sfide ambientali complesse, come nello specifico il consumo idrico”

Pubblicato il 19 Gen 2023

Matteo Villa

Hacking Activism è il primo evento dedicato a innovare le forme di attivismo e di partecipazione collettiva in difesa dei fiumi italiani e degli ecosistemi naturali. L’evento, che si terrà sabato 21 gennaio alla Fabbrica del Vapore di Milano, è organizzato da Platform in collaborazione con Sit – Social Innovation Team. A spiegare il senso dell’iniziativa in questa intervista a Esg360 è Matteo Villa, associate di Platform e senior consultant su temi di innovazione, sviluppo personale e manageriale, apprendimento e impatto sociale.

Matteo, come nasce l’idea di organizzare questo hackaton?

Il progetto nasce dall’idea che l’umanità ha una grande capacità di adattamento, a patto che però sappia riconoscere i problemi che ha davanti. E l’importanza dei fiumi e dei corsi d’acqua è in questo momento poco considerata. Eppure i fiumi sono estremamente importanti per l’esistenza del nostro Paese e più in generale delle società umane. Basterebbe prendere a esempio l’Italia settentrionale, dove è difficile scollegare in concetto di crescita dai fiumi. L’interrogativo che ci siamo posti è come si può fare a far nascere nelle persone l’urgenza di un cambiamento che parte dalla constatazione che oggi non possiamo più utilizzare l’acqua come facevamo 30 anni fa.

In che modo pensi che un hackaton possa essere utile?

La formula dell’hackaton ci è sembrata molto interessante perché pensiamo che portare innovazione nel mondo dell’attivismo sia un processo che si muove su binari simili a quelli su cui si muove l’innovazione tecnologica. L’urgenza al momento non è quella di trovare soluzioni hi-tech, che ci sono già e sono mature, ma di individuare un modo innovativo per far emergere il tema, per farlo andare in cima alle agende di persone, associazioni e governi, coinvolgendo un ampio numero di stakeholder. Ognuno può partecipare e proporre soluzioni, proprio come avviene nell’hi-tech, e dalla condivisione possono nascere idee nuove e coinvolgenti.

Si tratta quindi di un’urgenza più culturale che tecnologica?

Sì, e per questo vogliamo fare education e awareness. E’ una sfida di cambiamento: il fatto che gli acquedotti perdano il 60% della loro portata non è in questo momento una priorità condivisa, altrimenti le soluzioni per risolvere il problema ci sarebbero. Ecco, noi ci stiamo muovendo per far emergere questa criticità nella consapevolezza collettiva, per fare in modo che finalmente diventi prioritario passare all’azione.

Credo che sia fondamentale partire dalla definizione dell’ambito in cui si vuole generare cambiamento. Ad esempio: sentirci semplicemente dire che dobbiamo contenere l’aumento delle temperature per combattere il climate change non sta funzionando. Si pubblicano studi allarmistici da 40 anni, ma la partecipazione collettiva non è ancora arrivata, e quindi i risultati non ci sono. In passato il passaggio di partecipazione collettiva c’è stato su altri argomenti, come il buco dell’ozono: grazie al coinvolgimento sociale ampio si è infatti trovato il modo di aggredire il problema. Si tratta in sostanza di circoscrivere il problema e di dargli un framing, altrimenti ci troveremo a fare comunicazione che non muove le persone, perché non le emoziona e rimane soltanto nel campo del razionale.

A chi si rivolge questo hackaton?

Abbiamo settato un target verso la componente più giovane, che oggi è anche la più attiva e schierata sui temi dell’ambiente, ma poi abbiamo deciso di aprire l’iniziativa alla partecipazione di tutti, anche i senior. Perché è evidente che il problema riguarda tutti.

Come si svolgeranno i lavori?

Si tratterà di un processo generativo che inizierà da una nostra introduzione per illustrare il problema e la challenge, con il cosiddetto problem setting. Poi la fase di framing, che servirà per individuare la sfida specifica che vogliamo affrontare, e infine la fase di “idea generation”. Procederemo in pratica con una serie di “zoom” fino ad arrivare alla proposta di progetto.

Quale sarà il percorso che faranno le idee che scaturiranno dall’hackaton?

La fase successiva sarà quella dell’incubazione. Dovremo verificare quanto l’idea sarà considerata interessante ed entrare nel percorso canonico di sviluppo per arrivare, come ci auguriamo, alla sua realizzazione. Ci rivolgiamo ad aziende o fondazioni che possono avere interesse specifico al tema dell’incentivazione di forme di partecipazione collettiva, per accelerare un processo di raccolta delle idee che possono diventare soluzioni, e arrivare a dare una possibilità a quelle più “impattanti” e con una maggiore scalabilità. In quest’ottica cerchiamo di creare una massa critica di progetti che possano fare da volano per la presa di coscienza del problema.

L’hackaton è inserito nel progetto “addio ai fiumi”. In cosa consiste?

Il progetto, di cui questo hackaton è la prima iniziativa, ha preso vita la scorsa estate, e punta a tre obiettivi: creare awareness sul tema, coinvolgere le persone verso un percorso virtuoso di apprendimento tramite un programma di education e creare iniziative innovative per risolvere il problema.

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