Ricerche

Waste to energy: serve uno sforzo supplementare in ottica ESG

Un’analisi del Team di Ricerca ESG di MainStreet Partners mette in evidenza le prospettive di crescita di questa tecnologia, ma anche i limiti ambientali degli attuali impianti europei

27 Lug 2022

La termovalorizzazione è un processo che genera elettricità e/o calore dall’incenerimento dei rifiuti, evitando che la maggior parte di essi finisca nelle discariche. Si tratta di una tecnologia che, con ottima probabilità, conoscerà una buona crescita nel prossimo futuro, ma che probabilmente necessiterà di un’ulteriore evoluzione in termini di sostenibilità, così da rispettare i criteri ESG sempre più richiesti dagli investitori. Questa le principali evidenze che arrivano da un’analisi del Team di Ricerca ESG di MainStreet Partners, che fa il punto sull’attuale diffusione di questa tecnologia, nota anche come waste to energy.

Negli Stati Uniti esistono attualmente 75 impianti che recuperano energia dalla combustione dei rifiuti solidi urbani (RSU). Questi impianti sono presenti in 25 Stati, soprattutto nel Nord-Est. In Europa l’incenerimento viene promosso come alternativa alla discarica. Secondo l’ultima statica disponibile da Eurostat, nel periodo 2006-2016 la quantità di rifiuti sottoposti a trattamento termico è aumentata del 30%. Attualmente la capacità di termovalorizzazione dell’UE si attesta a 90 milioni di tonnellate, lasciando altri 50 milioni di tonnellate di rifiuti non riciclabili da trattare ogni anno. Per raggiungere gli attuali obiettivi dell’UE, entro il 2035 sarà necessaria una capacità di trattamento di 142 milioni di tonnellate di rifiuti residui.

Pro e contro associati del waste to energy

La termovalorizzazione, considerata anche la continua crescita della produzione di rifiuti globale, possiede senza dubbio dei punti di forza: innanzitutto perché costituisce un’alternativa alle impattanti discariche, ancora oggi troppo utilizzate. Consentendo peraltro il recupero di energia, evitando l’utilizzo di materie prime di origini fossili come petrolio, gas e carbone. Ciò non toglie che la termovalorizzazione presenti alcune criticità di cui occorre tenere conto, tra cui la produzione di ceneri generate dal processo di combustione, che varia dal 15% al 25% (in peso) dei rifiuti solidi urbani trattati. Le ceneri che rimangono al termine del processo di combustione vengono inviate in discarica.

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Inoltre, secondo MainStreePartners, più della metà dei rifiuti attualmente inceneriti avrebbe potuto essere riciclata o compostata: dunque gran parte della capacità di incenerimento in Europa viene utilizzata per bruciare risorse che potenzialmente avrebbero potuto essere riciclate in modo differente, con un impatto ambientale migliore. Lo studio, in effetti, evidenzia un dato allarmante: nel 2017, oltre 40 milioni di tonnellate di CO2 sono state rilasciate dalla termovalorizzazione dei rifiuti nei 28 Paesi dell’UE. L’intensità di carbonio degli inceneritori europei è circa il doppio della concentrazione di emissioni di CO2 derivate dalla rete elettrica media dell’UE e significativamente superiore all’energia prodotta da fonti convenzionali di combustibili fossili come il gas.

In questo senso, il report fa notare come la normativa UE sui servizi finanziari relativa alle informazioni sulla sostenibilità (SFDR) richiederà alle società di investimento di considerare numerosi indicatori nelle potenziali società partecipate, tra cui i rifiuti, le emissioni e il consumo/produzione di energia. Ciò significa che sarà necessaria una crescente consapevolezza delle pratiche WTE e dei pro e contro associati al waste to energy per prendere decisioni informate sulla sostenibilità delle imprese e delle loro operazioni.

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