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Più rinnovabili per il settore elettrico italiano, ma la decarbonizzazione è tutt’altro che completa

L’Electricity Market Report 2022 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico evidenzia come la generazione di elettricità nel nostro Paese sia ancora responsabile di circa il 22% delle emissioni

21 Nov 2022
Simone Franzò, Osservatorio Energy&Strategy della School of Management di Politecnico di Milano

Il sistema elettrico italiano sta progressivamente avanzando verso le fonti pulite, ma le emissioni legate al settore restano ancora troppo significative. Lo evidenzia l’Electricity Market Report 2022 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, giunto quest’anno alla sesta edizione. Il primo numero è l’indubbia avanzata di eolico e fotovoltaico, che da poco meno di 5 GW nel 2008  sono passate più di 33 GW nel 2021 (rispettivamente circa 22,5 GW e 11,3 GW), tanto da rappresentare oltre la metà dei 60 GW totali da fonti rinnovabili installati nel nostro Paese. Praticamente si tratta della stessa capacità installata da termoelettrico tradizionale, in netta discesa rispetto ai 77 GW del 2012: il 77% di questa capacità deriva da impianti alimentati a gas naturale e per il 17% da centrali a carbone, che andranno però dismesse entro il 2025 (biomasse e impianti ad olio combustibile pesano il 3% ciascuno).

La quota di domanda elettrica – circa 310-320 TW/h all’anno nell’ultimo decennio – coperta dagli impianti termoelettrici tradizionali si è così ridotta dal 74% nel 2005 al 51% nel 2021, così come le relative emissioni di anidride carbonica, calate di quasi il 50% tra il 2005 e il 2021 (da 144,6 a 74,3 Mton; ma il 2021 ha registrato un’inversione di tendenza dovuta al maggiore utilizzo di gas naturale), mentre la quota di domanda soddisfatta tramite fonti rinnovabili è cresciuta dal 14% al 36%.  Insomma, è indubbio che il sistema elettrico italiano sta radicalmente cambiando la sua fisionomia, “complici” le imponenti misure definite a livello comunitario che sono state in questi mesi rafforzate per dare risposta all’aumento record dei prezzi dell’energia e alla necessità di ridurre la dipendenza energetica portata alla ribalta dalla guerra russo-ucraina. Eppure, il settore della generazione di energia è ancora oggi uno dei principali responsabili delle emissioni di CO2 a livello nazionale, con un’incidenza sulle emissioni complessive pari al 22%. In positivo, la crisi del gas ha portato a un progressivo rialzo degli obiettivi a medio-lungo termine su decarbonizzazione, rinnovabili ed efficienza energetica, e all’introduzione di nuovi meccanismi che dovranno consentire il raggiungimento della neutralità climatica al 2050. In particolare, nell’ambito del pacchetto Fit-for-55, la Commissione europea ha pubblicato una serie di nuove proposte per ridurre le emissioni GHG di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai valori del 1990.

“L’evoluzione delle tecnologie abilitanti, migliorate in maniera significativa negli ultimi anni, ci consente di essere ottimisti riguardo alla effettiva possibilità di raggiungere gli obiettivi di policy – conferma Simone Franzò, Responsabile dell’Osservatorio – ma allo stesso tempo non sarà facile per i diversi stakeholder disegnare un settore elettrico che al 2030 dovrà necessariamente essere molto diverso da oggi, anche provvedendo a ultimare un quadro normativo che risulta ancora incompleto sotto diversi aspetti. Una nota positiva però è rappresentata dallo spirito ‘collaborativo’ e ‘proattivo’ che si respira in questi mesi nonostante le difficoltà. Bisogna agire rapidamente, ma a mente fredda: le misure d’urgenza intraprese quando ormai non c’è altra scelta portano spesso a soluzioni non efficienti, mentre una corretta pianificazione per tempo (se l’espressione ‘per tempo’ ha ancora un senso a soli otto anni dal 2030) darà senz’altro risultati migliori”.

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