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Guerra e blocchi nello Stretto di Hormuz mettono energia e mercati europei sotto pressione



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L’escalation tra Usa e Iran e le tensioni sullo Stretto di Hormuz riaccendono volatilità, rincari energetici e rischi per la supply chain. Per le imprese europee la risposta passa da resilienza, rinnovabili e maggiore autonomia energetica

Pubblicato il 12 mar 2026



Stretto di Hormuz Energia

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L’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran e le tensioni sempre più evidenti attorno allo Stretto di Hormuz stanno già producendo effetti tangibili sui mercati globali. Le borse europee reagiscono con volatilità, il prezzo dell’energia torna sotto pressione e le catene internazionali di approvvigionamento si trovano nuovamente a fare i conti con uno dei loro punti più fragili.

Lo stretto di Hormuz passaggio strategico per il commercio energetico

Lo Stretto di Hormuz è infatti uno dei passaggi strategici per il commercio energetico mondiale, e qualsiasi interruzione ha effetti immediati sui mercati, come spiega Stefano Cassella, CEO e Founding Partner di Arcus Financial Advisors, società di advisory specializzata in operazioni di finanziamento in particolare del settore energetico. “Attraverso lo stretto transitano circa un terzo dei flussi mondiali di greggio via mare ed il 20% del gas. La prima reazione al blocco è stato un forte aumento delle quotazioni del gas (ma ancora molto lontano dai picchi raggiunti con l’inizio della crisi ucraina) ed in misura minore del petrolio. Il tema principale sarà la durata del blocco e se verranno colpiti in modo consistente impianti di produzione e raffinazione dei paesi arabi vicini all’Iran. Se la guerra terminasse a breve, le quotazioni rientreranno, altrimenti si potrebbero innestare shock con conseguenti aumenti dell’inflazione e minore crescita. In questo momento l’Italia sembra essere abbastanza protetta: le scorte di gas sono consistenti e si va verso la bella stagione. Gli scenari cambieranno se la guerra ed il blocco dello stretto perdurassero oltre la primavera e l’estate.”

Una instabilità che parte della maeterie prime e arriva all’economia reale

In uno scenario di forte instabilità energetica, le ripercussioni non si fermano ai mercati delle materie prime, ma si estendono rapidamente all’economia reale. Le imprese europee devono infatti fare i conti con l’effetto domino che l’aumento dei costi energetici può generare lungo le catene globali di fornitura.

La governance della catena di fornitura è uno degli anelli per salvaguardare redditività e stabilità operativa. Ne è convinta Azzurra Gullotta, Sales Manager di Achilles per Italia e SpagnaAnche un’interruzione parziale può propagarsi rapidamente lungo le catene di approvvigionamento globali. L’aumento dei prezzi dell’energia si traduce direttamente in costi più elevati per trasporti, logistica e produzione in settori come quello automobilistico. Per le aziende europee in particolare, dipendenti dalle importazioni energetiche, le tensioni geopolitiche incidono rapidamente sui costi operativi e sulla continuità delle forniture. In questo contesto, la visibilità sulla supply chain e il monitoraggio dei rischi diventano elementi critici. Solo le aziende che conoscono a fondo le proprie reti di fornitori, diversificano le fonti e monitorano l’esposizione al rischio risultano molto più preparate a rispondere agli shock. La resilienza della supply chain non è più un concetto teorico: è una capacità strategica che protegge la continuità del business”. (Leggi a questo proposito l’articolo sul miglioramento ESG dei fornitori n.d.r.)

La dipendenza da fonti fossili come fattore di vulnerabilità

In questo contesto diventa sempre più evidente anche la necessità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili importate, una vulnerabilità strutturale per molte economie europee. Secondo EnergRed, l’attuale volatilità dei mercati energetici dimostra quanto sia urgente accelerare la transizione verso fonti rinnovabili locali. Il fotovoltaico rappresenta oggi una risposta concreta per stabilizzare i costi, ridurre la dipendenza dalle importazioni e garantire maggiore prevedibilità finanziaria alle imprese. Come spiega Moreno Scarchini, CEO di EnergRed: “Gli ultimi avvenimenti non fanno altro che evidenziare come “carbon risk” continui a essere ignorato, con gravi conseguenze per imprese e mercati. Il balzo del +52% del gas naturale in Europa ricorda la crisi ucraina e rende vane le misure italiane di contenimento dei prezzi, mentre le bollette restano pesanti per via delle sovvenzioni ai fossili. La dipendenza italiana da combustibili importati, esposti a rischi geopolitici, prospetta energia sempre più cara e costi del capitale in aumento, a danno di margini e competitività. Ogni misura palliativa senza investire nelle rinnovabili è solo un rinvio del problema. Il fotovoltaico, per esempio, produce un valore reale condiviso tra produttori e consumatori, generando benefici significativi per PMI e un impatto diretto sull’EBITDA fino al 12%. Ogni kilowatt installato rappresenta circa 310€/anno di valore tangibile, con effetti moltiplicatori sull’economia reale. Il messaggio è chiaro: la crescita non può prescindere dalla sostenibilità energetica e le rinnovabili non sono solo una risposta ambientale, ma una leva concreta di competitività e resilienza aziendale. Solo un approccio strategico e sistemico verso le energie rinnovabili può garantire stabilità, valore e futuro alle imprese italiane.”

Tutte le dimensioni della transizione energetica

La transizione energetica non riguarda però solo la produzione di energia, ma anche i settori che ne determinano la domanda. Tra questi, uno dei più esposti alle oscillazioni dei prezzi energetici è il comparto della mobilità. Capace di dialogare con il fotovoltaico e l’autoproduzione di energia è anche il mondo della mobilità elettrica. Investire nelle infrastrutture di ricarica significa rafforzare l’indipendenza energetica e rendere il sistema economico più solido. Come spiega Alberto Stecca, CEO di Silla Industries: “Il caro-energia è il prezzo della nostra esposizione ai conflitti globali. Per l’Italia e l’Europa, l’escalation nel Golfo si traduce in una pressione diretta su carburanti e tariffe elettriche, mettendo il settore automotive in una morsa senza precedenti. Lo shock per l’industria è doppio: energia alle stelle e supply chain sotto stress. In questo scenario, la mobilità elettrica può e deve diventare una risposta ai terremoti geopolitici. Grazie all’integrazione con le rinnovabili, l’elettrificazione offre una parziale immunità dai ricatti del gas e del petrolio. La transizione energetica è l’unica strategia di resilienza possibile in un mondo in fiamme.”

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