La COP 17 di Erevan, chiusa il 31 ottobre, ha adottato quasi 50 decisioni e il Percorso di Yerevan, ma nessun nuovo obbligo vincolante: per le imprese il segnale è di continuità e di maggiore pressione su sussidi, finanza e dati.
Un bilancio in chiaroscuro per la UN Biodiversity Conference COP 17
La COP 17 era la prima revisione globale dei 23 obiettivi del Quadro di Kunming-Montréal, fissati nel 2022 per il 2030. Il suo scopo non era alzare l’asticella, ma raddrizzare la traiettoria, e il Percorso di Yerevan è la risposta negoziata ai risultati di quella revisione.
I numeri restano lontani dal target. Sull’obiettivo del 30% di aree protette entro il 2030 siamo a circa il 20% a terra e al 10% in mare, con un 22-23% nelle acque nazionali e solo l’1,5% in alto mare.
La revisione è severa: il rapporto ONU State of Biodiversity Action, pubblicato a settembre, indicava che i Paesi non sono sulla strada giusta per 22 dei 23 target e che meno della metà degli obiettivi nazionali valutati è in linea con il traguardo.
La necessità di rivedere i piani nazionali per la biodiversità
Il Percorso chiede ai Paesi di rivedere i propri piani nazionali per la biodiversità, compatibilmente con i fondi disponibili, con attenzione al divario di copertura su ecosistemi marini, costieri e di acque interne. Non introduce, invece, nuovi obblighi quantitativi vincolanti. Il giudizio prevalente degli osservatori è di un accordo fragile: evita il fallimento, ma non basta a rispettare gli impegni al 2030.
Il Percorso si articola in cinque ambiti: completamento delle strategie nazionali, mezzi di attuazione, integrazione della biodiversità nelle politiche di tutto il governo, partecipazione più ampia della società (imprese comprese) e rafforzamento di dati e valutazione. Il sistema di monitoraggio e revisione, però, resta uno strumento di trasparenza: non prevede sanzioni per i Paesi inadempienti.
Sussidi dannosi: il segnale più concreto per l’economia
Il cuore del Percorso è la riforma degli incentivi dannosi per la biodiversità, con un obiettivo di almeno 500 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. La presidenza armena ha anche promosso un gruppo di Paesi intenzionati ad accelerare questa riforma.
Il punto di partenza è sbilanciato: le stime ONU parlano di circa 30 dollari investiti in attività dannose per ogni dollaro destinato alla conservazione. Conservation International ha letto la scelta di dare rilievo ai sussidi come un segnale forte della necessità di riformare gli incentivi dannosi e di rafforzare quelli positivi.
L’accordo mantiene il tema tra le priorità, ma non scioglie le divergenze su tempi e modalità con cui i singoli Paesi dovranno riformare i propri sistemi di incentivi. La riforma richiederà interventi coordinati tra ministeri dell’ambiente, dell’agricoltura, dell’industria e delle finanze.
Altre stime indicano un rapporto di circa 12 dollari di sussidi dannosi per ogni dollaro pubblico speso per la natura (stima UNEP): la cifra dipende dalla base di calcolo, ma la direzione è la stessa.
Per agricoltura, pesca e filiere agroalimentari è il tema da monitorare: un riordino degli incentivi cambierebbe i conti economici di intere attività.
La finanza resta il nodo irrisolto
Sono stati annunciati quasi 2 miliardi di dollari di nuovi fondi, di cui 1,8 miliardi in impegni raccolti durante il segmento di alto livello. Alla conferenza si sono aggiunte iniziative come un biodiversity bond e un investment incubator dell’Asian Development Bank. Siamo però lontani dai flussi necessari: i Paesi sviluppati non hanno raggiunto l’obiettivo di 20 miliardi di dollari l’anno entro il 2025.
Gli annunci vanno letti con cautela, perché non sono necessariamente fondi già erogati. Tra i più rilevanti ci sono i 500 milioni di dollari dei Paesi Bassi al Tropical Forest Forever Facility e oltre 500 milioni di nuovi impegni del Global Environment Facility. Il Quadro di Kunming-Montréal prevede 200 miliardi l’anno da tutte le fonti entro il 2030, di cui almeno 30 miliardi di finanza internazionale verso i Paesi in via di sviluppo.
Secondo le Nazioni Unite, i circa 2 miliardi di dollari si dividono così: 560 milioni dal rifinanziamento del Global Environment Facility, 500 milioni tramite la Species Recovery Alliance e 330 milioni per il Value Nature Fund, che punta a mobilitare capitali privati.
Il tema centrale, chi paga e con quali strumenti dopo il 2030, resta aperto. I Paesi hanno concordato i criteri per il futuro meccanismo finanziario permanente, una revisione formale degli strumenti esistenti (Global Environment Facility e Global Biodiversity Framework Fund) e l’ampliamento, su base volontaria, della platea dei Paesi donatori.
Un ruolo speciale per le informazioni digitali sulle sequenze genetiche
Il caso più istruttivo per il mondo privato è il Fondo di Cali. Punta a raccogliere almeno un miliardo di dollari l’anno dalle imprese che usano le informazioni digitali sulle sequenze genetiche, per esempio nei settori farmaceutico, cosmetico e dei detergenti. A Yerevan sono state confermate le aliquote indicative di contribuzione (1% dei profitti o 0,1% del fatturato) e introdotti certificati provvisori per evitare doppi pagamenti. Alla chiusura, però, risultavano promessi appena 10mila dollari, e alcuni Paesi hanno proposto una soglia minima di attivazione tra 150 e 200 milioni. Una revisione è prevista alla COP 18.
Il contrasto con il mercato è netto: uno studio commissionato nell’ambito della Convenzione stima per il 2024 un fatturato di circa 1.560 miliardi di dollari nei principali settori che usano queste informazioni, con proiezioni oltre i 2.300 miliardi al 2030.
Con contributi volontari così bassi, è plausibile che il dibattito si sposti verso strumenti più stringenti. Questa è una lettura, non un esito formale della conferenza.
Monitoraggio e comunità locali
Sul monitoraggio è stato istituito un gruppo tecnico di esperti per rendere operativo il quadro di monitoraggio e aiutare i Paesi a preparare gli ottavi rapporti nazionali. Indicatori più solidi significano più richieste di dati, prima ai governi e poi, a cascata, alle filiere.
Sul fronte delle comunità sono state adottate le regole di funzionamento dell’organo sussidiario sull’articolo 8(j), che rafforza la partecipazione di popoli indigeni e comunità locali ai lavori della Convenzione. Il risultato non convince tutti: Greenpeace Africa osserva che mancano il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione e formulazioni forti sui diritti. Il WWF ricorda inoltre che, a quasi 35 anni dalla Convenzione, le imprese che traggono profitto dalla natura ancora non condividono i benefici economici con chi ne è custode.
Le regole di funzionamento dell’organo sono state adottate come Linee guida di Sevan.
Una iniziativa per riconoscere misure di conservazione efficaci che non coincidono con le aree protette tradizionali
A Yerevan è stato lanciato anche lo Yerevan Global OECM Action Hub, promosso dalla FAO e dalla presidenza armena, per riconoscere misure di conservazione efficaci che non coincidono con le aree protette tradizionali, comprese alcune forme di gestione comunitaria.
Popoli indigeni e comunità locali chiedono inoltre un ruolo diretto nella gestione del Fondo di Cali, e non solo quello di beneficiari.
Sul clima, il testo adottato include linee guida volontarie per scalare le soluzioni basate sulla natura. Sono stati inoltre promossi una dichiarazione sulle sinergie tra le tre Convenzioni di Rio (biodiversità, clima, desertificazione) e il primo dialogo tra ministri dell’Ambiente e delle Finanze.
Sul versante italiano, l’annuncio più visibile è l’adesione al Fungal Conservation Pledge, comunicata il 27 ottobre dal sottosegretario all’Ambiente Claudio Barbaro.
Nei giorni precedenti la chiusura, lo stesso Barbaro aveva ricordato che l’Italia dispone già di un Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi, senza annunciare nuovi contributi.
Cosa significa per le imprese
Yerevan non cambia le regole dall’oggi al domani, ma conferma la direzione: gli impegni nazionali verranno rivisti e tradotti in politiche, e lì si sentirà l’effetto sulle aziende. Quattro mosse concrete, che sono una lettura di chi scrive e non un esito formale della COP:
- Mappare dipendenze e impatti sulla natura lungo la filiera, partendo dalle attività che toccano ecosistemi marini, costieri e di acque interne, dove i Paesi dovranno colmare il divario di copertura.
- Verificare l’esposizione a sussidi e incentivi che potrebbero essere riformati, in particolare in agricoltura e pesca.
- Dare alle soluzioni basate sulla natura obiettivi, indicatori e governance, evitando iniziative di sola immagine.
- Coinvolgere le comunità locali fin dalla progettazione: dove la tutela funziona, di solito è perché le comunità ne sono parte, e vale in particolare per pesca e aree marine protette.
Le imprese che trattano la biodiversità come tema di gestione, e non di comunicazione, saranno in vantaggio quando gli impegni diventeranno regole. Il prossimo appuntamento è la COP 18 a Quito, in Ecuador, nel 2028: quattro anni sono pochi per un cambio di rotta, ma bastano per prepararsi bene.
Leggi anche i servizi ESG360 sul Living Planet Report 2026 e su COP 31 tra cui il ruolo dell’innovazione per il clima a COP 31.
Fonti
- CBD – 2026 UN Biodiversity Conference
- UN News – COP17: Yerevan Pathway
- UNEP – UN Biodiversity Conference (COP17)
- Climate Home News – COP17 delivers fragile deal
- Carbon Brief – COP17 key outcomes
- WWF Italia – COP17: bene gli sforzi annunciati
- Repubblica – Cop17, compromesso sul futuro della biodiversità
- Italia per il Clima – COP17 biodiversità, bilancio
- Khan Global Studies – CBD COP17











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