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COP 31: dalla finanza innovativa un aiuto per la decarbonizzazione della moda


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Due rapporti della Fashion Industry Charter for Climate Action indicano come i mercati del carbonio, i prestiti sostenibili, la blended finance e i modelli collaborativi possano indirizzare capitali verso i fornitori della moda, accelerare la decarbonizzazione delle filiere e rafforzarne la competitività

Pubblicato il 21 set 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



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decarbonizzazione moda
Close up of digital monitor showing official United Nations climate change logo and COP31 event text in blue background. Kolkata, West Bengal, India, september 10, 2026




Nel percorso verso COP 31 un ruolo chiave è svolto dall’analisi delle possibilità e delle difficoltà di attuare una vera decarbonizzazione per una industria importante come quella della moda. Un percorso che, è bene chiarirlo subito, non può dipendere soltanto dalla disponibilità di tecnologie più pulite. In effetti, una delle azioni più decisive per questo settore riguarda l’accesso alle risorse economiche necessarie per trasformare processi produttivi, per predisporre approvvigionamenti energetici da fonti rinnovabili e da materiali sostenibili. L’occasione per affrontare questi temi è offerta da due nuovi rapporti pubblicati dalla Fashion Industry Charter for Climate Action, iniziativa promossa da UN Climate Change.

I documenti analizzano come gli strumenti della finanza sostenibile e i meccanismi di mercato possano mobilitare capitali destinati alla riduzione delle emissioni, con particolare attenzione ai fornitori collocati nelle fasi iniziali della filiera e nei principali Paesi produttori.

Due rapporti per capire come finanziare la transizione sostenibile della moda

Le pubblicazioni affrontano due dimensioni complementari dello stesso problema. Il rapporto Carbon Market Solutions for Decarbonising Fashion esamina il ruolo dei carbon market mentre Financing Mechanisms to Support Decarbonisation within the Fashion Sector approfondisce gli strumenti finanziari utilizzabili per sostenere gli investimenti climatici. In entrambi i casi l’obiettivo è quello di comprendere come indirizzare capitale e incentivi verso le aree della catena del valore nelle quali si concentra la maggior parte delle emissioni. Una necessità che impone al settore di interrogarsi anche sull’adeguatezza degli attuali modelli commerciali e di finanziamento rispetto agli obiettivi climatici.

Il contributo dei mercati del carbonio all’industria della moda

Il primo rapporto prende in considerazione strumenti come il prezzo interno del carbonio, l’insetting, i contributi alla mitigazione e le tecnologie per la rimozione della CO₂.

Questi meccanismi possono sostenere la decarbonizzazione della filiera, purché siano inseriti in strategie credibili, coerenti con standard rigorosi e accompagnati da programmi strutturali per una profonda riduzione delle emissioni. Non devono quindi sostituire gli interventi diretti, ma contribuire a renderli economicamente fattibili e sostenibili.

Lo studio evidenzia inoltre come la diffusione di sistemi obbligatori per la determinazione del prezzo del carbonio, in particolare nel Sud-est asiatico, stia modificando incentivi, rischi e opportunità per i fornitori della moda.

Quale ruolo per prestiti, obbligazioni e blended finance

Il secondo documento analizza gli strumenti attraverso i quali è possibile mobilitare capitali privati e pubblici. Tra le soluzioni considerate figurano prestiti e obbligazioni verdi o green bond, finanziamenti legati a obiettivi di sostenibilità, contributi pubblici, contratti di rendimento energetico e operazioni di blended finance. Quest’ultima permette di combinare risorse pubbliche, filantropiche e private, riducendo il rischio degli investimenti e rendendo finanziabili progetti che, alle normali condizioni di mercato, potrebbero non riuscire ad attrarre capitale.

Il rapporto prende in esame esperienze maturate sia nella moda sia in altri comparti manifatturieri, valutando per ogni strumento le condizioni di maggiore efficacia e gli ostacoli che ne limitano la diffusione su vasta scala.

Il nodo dell’accesso al credito per i fornitori

Uno degli elementi comuni ai due studi riguarda le difficoltà incontrate dalle piccole e medie imprese situate a monte della filiera, tra cui produttori di materie prime e aziende manifatturiere. Proprio presso questi operatori si concentra una parte significativa dell’impronta climatica del settore, ma spesso mancano le risorse per investire in energia rinnovabile, efficienza e tecnologie a basse emissioni.

A frenare gli investimenti contribuiscono la frammentazione delle catene di fornitura, la scarsità di dati affidabili, l’elevata percezione del rischio da parte degli investitori e le politiche di acquisto di breve periodo adottate dai committenti. La questione non può quindi essere affidata esclusivamente ai fornitori: anche i grandi marchi devono contribuire a creare condizioni commerciali e finanziarie compatibili con investimenti di lungo termine.

La collaborazione come leva per ridurre i rischi

I rapporti suggeriscono di sviluppare modelli fondati sulla condivisione di costi, rischi e responsabilità tra brand, produttori, istituzioni finanziarie e organizzazioni di settore. Tra le soluzioni proposte rientrano fondi comuni per il finanziamento della transizione, sistemi condivisi per la verifica dei risultati, accordi collettivi per l’acquisto di energia rinnovabile e iniziative di decarbonizzazione specificamente rivolte ai fornitori. Questi modelli possono ridurre i costi delle singole imprese, aumentare la capacità di accesso al credito e accelerare l’adozione di tecnologie a basse emissioni lungo l’intera catena del valore.

Come ci si può muovere verso una moda più resiliente e competitiva

I due rapporti puntano a sostenere il percorso dell’industria della moda verso le emissioni nette zero entro il 2050, in coerenza con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. La sfida punta a migliorare l’efficienza energetica, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e rendere più solide le relazioni tra marchi e fornitori per rafforzare anche la resilienza e la competitività del settore.

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