Un europeo su tre è esposto a livelli di rumore dannosi per la salute. La norma che impone ai comuni italiani un piano di risanamento acustico esiste dal 1995. E la vera notizia non è tanto che nessuno ha ancora risolto il problema del rumore urbano quanto che i suoni di una città contengono molto più di quello che pensiamo e che la tecnologia ha appena cominciato ad ascoltarli.
A che punto siamo a livello di inquinamento acustico?
C’è una differenza fondamentale tra sentire e ascoltare. Le città italiane sentono il rumore: da trent’anni lo subiscono, lo lamentano, cercano di limitarlo con ordinanze di dubbia efficacia. Ma non lo ascoltano davvero. Non ne mappano la distribuzione geografica, non ne seguono l’andamento nel tempo, non lo usano come fonte di informazioni sulla vita urbana. Il risultato è che l’inquinamento acustico resta il più trascurato tra gli inquinamenti ambientali: normato, ma non governato.
La normativa italiana esiste dal 1995. La direttiva europea che impone ai comuni un piano di risanamento acustico è stata aggiornata nel 2023. Eppure, come emerge dalla conversazione con Maurizio Berardo, CEO di Tecnojest che ha sviluppato Movida, sistema di monitoraggio acustico urbano, la stragrande maggioranza dei comuni italiani non ha mai adempiuto.
Perché misurare il rumore non basta: il limite strutturale dei fonometri
I fonometri, gli strumenti standard per la rilevazione acustica, misurano il livello di decibel in un punto fisso, in un momento preciso, su segnalazione. Funzionano bene per misurare il rumore di un macchinario industriale in condizioni statiche. Sono quasi inutili per governare il rumore di una città.
Il problema è geometrico prima ancora che tecnologico. La stessa persona che parla a bassa voce vicino al microfono genera una lettura più alta di chi parla forte a venti metri con la schiena girata. In un ambiente urbano, dove le sorgenti sonore sono decine e si muovono continuamente, una misurazione puntuale non ha quasi nessun valore predittivo. E quando le agenzie ambientali intervengono su segnalazione, l’evento che ha generato il disturbo è già passato.
Il passaggio necessario non è misurare meglio i decibel: è mappare il rumore. Una mappatura acustica continua risponde a domande molto più utili per chi governa una città. Dove si concentra il rumore nelle diverse fasce orarie? Come cambia nel corso dell’anno? Quali ordinanze hanno effettivamente ridotto il livello acustico nelle settimane successive? Con questi dati, un’amministrazione può verificare se le proprie decisioni funzionano ed è possibile pianificare interventi su evidenze, non su pressioni.
Quando il suono diventa dato: AI, emergenze e sicurezza urbana
Il salto di qualità più significativo, e più sottovalutato, avviene quando alla mappatura acustica si integra l’intelligenza artificiale. I sistemi più avanzati oggi disponibili sono in grado di riconoscere una molteplicità di tipologie di suono. Non si misura più solo il livello del rumore: si interpreta cosa sta succedendo nella città ascoltandone i suoni.
“Movida è in grado di riconoscere oltre 500 tipologie di suono” – spiega Maurizio Berardo – “e di associare a ciascuna una risposta automatica o un’allerta per gli operatori.”
L’esempio più immediato è quello delle ambulanze. Le ambulanze sono tenute per legge a rispettare il codice della strada, semafori inclusi. Un sistema che rileva il suono di una sirena, ne calcola velocità e direzione, e predispone automaticamente il verde semaforico sul percorso elimina un rischio concreto, per l’ambulanza e per gli altri utenti della strada, senza richiedere alcun intervento umano. È un caso d’uso già disponibile commercialmente, non un’ipotesi futura.
Lo stesso principio si applica a situazioni di rischio in spazi pubblici. Un sistema di analisi acustica può riconoscere spari, urla di aiuto, pianto di bambini, assembramenti anomali, segnali che le telecamere di sorveglianza, pur diffusissime, spesso non riescono a cogliere con la stessa tempestività, soprattutto in condizioni di scarsa visibilità o in aree non coperte. L’analisi acustica non sostituisce la videosorveglianza: la complementa, aggiungendo una dimensione sensoriale che le immagini da sole non hanno.
Rilevazioni acustiche e privacy
C’è però un tema che in questo contesto non può essere eluso: la privacy. Il monitoraggio acustico in spazi pubblici pone domande legittime sull’acquisizione e l’uso dei dati sonori. La risposta tecnica più solida a queste domande è quella che risolve il problema alla fonte, non come misura correttiva. I sistemi che elaborano i dati direttamente sul dispositivo (edge), senza trasmettere audio al cloud, classificano il tipo di suono senza mai acquisire contenuti vocali o elementi riconducibili a individui. Ciò che viene trasmesso sono esclusivamente metadati: tipologia acustica, intensità, direzione, posizione geografica. È una scelta progettuale che rende questi sistemi compatibili con la normativa sulla privacy e adottabili negli spazi pubblici senza le problematiche che accompagnano altri sistemi di sorveglianza.
Il suono come indicatore della qualità della vita
Le applicazioni non si fermano alla sicurezza. La stessa infrastruttura che rileva uno sparo può monitorare il canto degli uccelli in una riserva naturale, misurare il profilo acustico di un quartiere per chi vuole acquistare casa, documentare il miglioramento della qualità sonora di un centro storico dopo interventi di pedonalizzazione. Il suono diventa un indicatore di qualità della vita urbana, non solo un problema da contenere, ma un dato da valorizzare.
Le città italiane hanno oggi a disposizione strumenti che trent’anni fa non esistevano. La sfida non è più tecnologica: è culturale e amministrativa. Costruire la capacità di usare i dati acustici per prendere decisioni migliori, formare le competenze per interpretarli, integrare la dimensione sonora nelle politiche urbane con la stessa attenzione che si dedica alla qualità dell’aria o al traffico. Il rumore urbano ha qualcosa da dire. Bisogna cominciare ad ascoltarlo.
Questo articolo è tratto dall’episodio del podcast Impact4Innovation, dedicato all’innovazione di impatto e ai suoi protagonisti. L’intervista completa con Maurizio Berardo, CEO di Tecnojest, è disponibile su Spotify e Apple Podcast.











