L'intervento

Net-Zero, i benefici non quantificati che lo rendono conveniente

La convenienza degli investimenti verso il Net-Zero, stimati in 100 trilioni di dollari, desta molti dubbi. Ma un’analisi costi/benefici più attenta, la partnership tra pubblico e privato e gli strumenti digitali possono renderli vantaggiosi

Pubblicato il 26 Set 2023

Paolo Quaini

In un recente articolo dal titolo “The $100tn path to net zero”, il Financial Times riepiloga vari studi recenti che stimano gli investimenti necessari e i conseguenti costi per le finanze pubbliche mondiali per raggiungere “l’utopica visione della promessa del net-zero”. A livello globale, da qui al 2030 gli investimenti richiesti si attesterebbero nella forbice 2,5-5 trilioni di dollari all’anno, ossia circa il 2,5% del Gdp mondiale. Nel periodo successivo fino al 2050 questa cifra salirebbe oltre i 4,5 trilioni di dollari all’anno per un totale di investimenti oltre i 100 trilioni di dollari. L’articolo evidenzia inoltre un generale consenso sulla necessità di un’abbondante iniezione di finanze pubbliche non coperte da equivalenti maggiori entrate fiscali.

Sebbene sia fondamentale a livello macroeconomico considerare una varietà di scenari possibili e le loro implicazioni finanziarie, in alternativa a questo approccio propongo un punto di vista che guardi alle implicazioni operative del passaggio da un atteggiamento focalizzato innanzitutto sulle “compensazioni di CO2”, all’approccio “Net-Zero Greenhouse Gas (GHG) Emission”, evidenziando alcune declinazioni per imprese, cittadini, Pubblica Amministrazione e governi.

L’approccio Net Zero

Potremmo sintetizzare la differenza tra le “compensazioni di CO2” (offsetting) e un “approccio Net Zero GHG” come la scelta tra non preoccuparsi delle proprie emissioni, intervenendo poi per compensarle anche fino al 100% e, invece, focalizzarsi sulla modifica strutturale dei propri comportamenti / processi / scelte di investimento affinché tutte le attività – incluso chi si inserisce a monte nei nostri processi e chi viene dopo di noi utilizzando i nostri “prodotti/servizi” – non impattino sul bilancio emissivo di gas a effetto serra. In questo secondo caso, la compensazione si concentrerà su ciò che è stato impossibile eliminare (le cosiddette “emissioni residuali”).

La traiettoria Net-Zero, peraltro, si pone come risposta concreta all’urgenza di una azione decisa per contrastare i cambiamenti climatici. A differenza dei primi anni in cui l’Europa decise di assumere la guida internazionale del contrasto alle emissioni climalteranti, infatti, oggi c’è molta più consapevolezza degli impatti dell’azione umana sull’ambiente, gli scenari geopolitici e gli importanti investimenti pubblici passati rendono il costo di produzione di energia delle fonti rinnovabili competitivo rispetto a quello da fonti fossili, l’opinione pubblica e la normativa “impongono” scelte sostenibili a politica e aziende e, non meno importante, l’entità e la frequenza di eventi climatici estremi evidenziano costi sociali, economici, ambientali e morali ingenti e non previsti.

Il dibattito attorno a Net Zero

A questa consapevolezza individuale della precarietà di un sistema che non raggiunge un giusto equilibrio fra attività umana e ambiente, non corrisponde però una conseguente velocità di azione della politica. Questa ritrosia trova spesso fondamento nelle valutazioni di convenienza economica di importanti istituzioni finanziare, tipicamente sintetizzate in analisi costi/benefici (come quella sopra citata) di politiche più decise di contrasto al cambiamento climatico, tra le quali appunto il “Net-Zero”.

Queste valutazioni hanno alcuni difetti strutturali: innanzitutto non esplicitano chiaramente l’alternativa all’azione immediata e i costi conseguenti (i costi del “non-fare”), che andrebbero confrontati con il costo dell’azione; inoltre, ragionano a livello macroeconomico, immaginando che aziende e cittadini siano soggetti economicamente razionali.

Sulle scelte delle imprese private, di quelle pubbliche e dei singoli cittadini, invece, incidono almeno altri due elementi: la non-consapevolezza dei propri usi di risorse naturali, degli sprechi e delle soluzioni alternative per svolgere le proprie attività quotidiane e le spinte condizionanti del contesto, come gli obblighi normativi, il costo crescente di beni e servizi, le richieste di clienti e fornitori e il contesto sociale sempre più sensibile ai temi della sostenibilità.

Risparmio energetico: un’opportunità di crescita

Ho stampate in testa le parole della studentessa affetta da eco-ansia che a fine luglio scorso, rivolgendosi al Ministro del Mase, affermava: “[…] dato che voi parlate di 2030, di 2050 – obiettivi che comunque, sinceramente, sento lontani – non ha paura per il futuro dei suoi figli?”. Per me è chiaro che “Net-Zero” non è un semplice obiettivo, è innanzitutto una responsabilità di ciascuno. Ma perché questa affermazione non si fermi a un livello “soggettivo” o “ideologico”, ci tengo a evidenziare le ragioni per cui oggi, nel 2023, Net-Zero è un atteggiamento razionale, anche economicamente.

In qualunque posizione ci troviamo, possiamo fare meglio e con più convenienza quello che facciamo tutti giorni. Nella mia esperienza, non ho ancora incontrato aziende pienamente consapevoli dei propri sprechi di risorse naturali (a volte ingenti) derivanti dall’assenza di controllo di consumi e costi e dall’ignoranza delle alternative di produzione e trasformazione di energia.

A titolo esemplificativo, sono rari i decisori che conosco che sanno quanto incide il costo complessivo dell’energia sul proprio prodotto finale e quale parte di quel costo derivi da “utilizzi impropri” (che significa emissioni evitabili a costo zero) e che hanno un’idea di quanto potrebbe migliorare il loro margine economico valutando alternative al “modo” con cui si opera oggi, aumentando l’efficienza di sistema e riducendo le emissioni.

Net Zero come stimolo per l’innovazione

Da manager d’azienda ritengo importante evidenziare anche il valore generato da altri elementi meno tangibili che sono insiti nell’adesione all’approccio Net-Zero.

Per esempio, l’imposizione di vincoli costringe a ripensare radicalmente il proprio modo di fare: dover considerare la sostituzione di materie prime tradizionalmente utilizzate, ridefinire i processi per introdurre “materie prime seconde”, trovare valide alternative a fornitori o partner non più in linea con criteri di sostenibilità, ecc., tutto questo genera innovazione e stimola capacità di cambiamento continuo il cui valore si diffonde ben oltre i temi Net-Zero.

Un’altra esperienza vissuta riguarda la consapevolezza di trovarsi di fronte a una sfida “più grande” delle proprie capacità, che apre persone e azienda alla creazione o al consolidamento di “ecosistemi”: a partire da obiettivi comuni di alto livello si può trascendere il confronto cliente-fornitore e inoltrarsi in scenari impensati, tipicamente forieri di forte capacità di differenziazione rispetto alla concorrenza.

L’importanza della partnership pubblico-privato

Una declinazione chiave delle relazioni tra attori degli ecosistemi è quella che lega il pubblico e il privato: è necessario uscire dalla logica secondo cui gli interessi pubblici non possano essere perseguiti con il supporto delle imprese private. Superare questa contrapposizione significa accettare e stimolare la cooperazione verso il raggiungimento dello scopo comune, valorizzando strumenti contrattuali esistenti e rodati come il partenariato pubblico-privato (PPP).

In conclusione, per rendere conveniente “Net-Zero” c’è bisogno di un approccio eco-sistemico dal quale nessun attore è escluso. Per coglierne davvero i benefici, occorre investire in capacità relazionali tra pubblico e privato, tra fornitori e clienti, tra persone all’interno della stessa organizzazione, tra cittadini, imprese ed enti territoriali.

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