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Greenwashing e report finale di ESMA, EBA, EIOPA: la norma prevale sulla “sostanza”



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È importante qualificare con precisione cosa si intende per greenwashing ma servirebbe una modalità più attenta alla sostanza dei processi di trasformazione sostenibile delle aziende e meno focalizzata sulle “etichette”. L’impegno delle European Supervisory Authorities su greenwashing e comunicazione nella chiave di lettura di Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant, P4I

Pubblicato il 9 lug 2024

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it e Agrifood.Tech



LUCA GRASSADONIA P4I
Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant P4I

Sul tema del greenwashing l’area UE sta cercando da tempo di trovare una comune linea di azione e di intervento, anche in considerazione delle tante criticità che accompagnano questa minaccia, soprattutto per quanto riguarda gli impatti sul mondo finanziario e la difficoltà di intercettare e gestire i rischi.

Un passaggio importante in questo senso è arrivato a metà giugno con la presentazione del Rapporto Finale sul Greenwashing nel settore finanziario (qui il documento ufficiale n.d.r.) realizzato dalle tre Autorità di Vigilanza Europee conosciute come ESAs (European Supervisory Authorities) vale a dire l’ESMA (European Securities and Markets Authority), l’EBA (European Banking Authority) e l’EIOPA (European Insurance and Occupational Pensions Authority).

ESG360 ha voluto analizzare i pro e i contro di questo passaggio con Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant, P4I per capire quale scenario si prospetta.

Obiettivo del report: indicare alle aziende come fornire informazioni corrette sulla sostenibilità

L’obiettivo delle Autorità di Vigilanza Europee con questo report è quello di contribuire in modo congiunto a effettuare un passo avanti nel percorso che deve portare le aziende a fornire informazioni sulla sostenibilità sempre più corrette, chiare e supportate da dati e fatti concreti. Lo scopo è quello di evitare che possano essere messe in campo informazioni fuorvianti o che possano essere frutto di strumentalizzazione. Il senso dell’operazione dovrebbe essere anche quello di avere una supervisione relativa alla sostenibilità e ai rischi di greenwashing sempre più vigile e affidabile nei prossimi anni

“Le tre Authorities hanno agito di concerto, anche allo scopo di fornire una identificazione chiara di cosa si intende con greenwashing – spiega Grassadonia -. E certamente siamo in una situazione in cui è sempre più importante evitare ambiguità informative attraverso le quali le aziende mandano di fatto messaggi sui temi della sostenibilità che in definitiva possono risultare ingannevoli”.

Nello stesso tempo occorre rilevare che non è facile definire e controllare le logiche del greenwashing, in particolare per quanto riguarda le modalità con cui i temi della sostenibilità possono essere trattati a fini di comunicazione e marketing. Ad esempio, non si deve naturalmente “guardare con sospetto” alle aziende che investono risorse per piantare alberi in Sudamerica, però un conto è comunicare questo impegno e un conto è comunicare che si è un’azienda Net Zero quando magari le uniche azioni in campo sono quelle dell’offsetting, certamente importanti ma non sufficienti per parlare di una vera trasformazione sostenibile. In altre parole, è molto importante oggi cercare di limitare i rischi di una comunicazione che non sia chiaramente supportata da dati verificabili.

Il ruolo di guida del mondo finanziario

“Il mondo finanziario in questo senso può svolgere un ruolo molto importante. A prescindere dal rapporto finale delle Authorities, la finanza deve aiutare a definire dei paletti che determinano in modo chiaro il perimetro entro il quale si stanno facendo determinate attività che vengono definite come sostenibili – osserva Grassadonia”.

Appare sempre più necessario distinguere in modo chiaro tra il fatto che si stanno facendo attività indiscutibilmente buone e utili, e il fatto che per quanto utili non sono attività che portano poi a un risultato concreto dal punto di vista della trasformazione aziendale.

“La finanza in questo senso è certamente un grande banco di prova ed è soprattutto una componente strategica per smuovere tutta l’economia dell’Unione europea – afferma Grassadonia – e per sostenerla verso il progetto del Green deal. Si può dire che questa sia stata l’idea primordiale fin dall’inizio, prima ancora che tanti provvedimenti “green” fossero concepiti. La Commissione Europea individuò proprio nella capacità della finanza la leva necessaria per smuovere e motivare il settore privato per una conversione verso un’economia più sostenibile. Purtroppo però, come anche testimonia il lavoro che ha portato a questo report, si è arrivati da un’altra parte. Questo documento è fondamentalmente l’espressione di un approccio normativo, fondamentalmente basato sul concetto di rischio. Alle imprese si chiede l’aderenza a leggi e regolamenti specifici per la Finanza verde – prosegue -, che sono di fatto più attenti alla nomenclatura dei fondi di investimento che alla verifica del reale impatto delle aziende che sono oggetto di quegli investimenti”.

Il rischio che si coglie è che l’utilizzo dell’etichetta di sostenibilità sia riservato solo a quei fondi che scelgono di investire in quelle realtà che per la tipologia del business in cui operano riescono a rientrare nei rigidi parametri che sono stati codificati.

Più che l’aderenza alla regolamentazione serve premiare gli investimenti trasformativi

“Questo approccio – continua Grassadonia – è figlio della convinzione che la regolamentazione possa indirizzare gli operatori e il mercato verso la sostenibilità. Nella realtà, nel rispetto del presupposto iniziale che affidava un ruolo strategico alla finanza per stimolare e sostenere la trasformazione del mondo privato, sarebbe più importante un impegno per verificare e premiare gli investimenti trasformativi e non lavorare sulla aderenza alle etichette”.

Non che la nomenclatura non sia necessaria, così come la qualificazione di “cosa sia sostenibile e cosa no” è nello stesso tempo necessaria e utile, ma si rischia di gonfiare l’attenzione solo su quegli aspetti formali che permettono di posizionare e vendere i prodotti come verdi.

Il rischio di considerare greenwashing tutto ciò che non rientra nella normativa

“Il rischio in questo senso – sostiene Grassadonia – è che si definisca poi greenwashing tutto ciò che non rientra nelle classificazioni indicate dalla normativa. E l’alternativa in questo senso potrebbe essere rappresentata dall’approccio che si sta sviluppando nel mondo anglosassone dove, trattandosi di una materia estremamente dinamica e soggetta a molteplici variabili, la normativa indica delle linee guida molto generali ed è poi compito della giurisdizione e dunque delle corti di giustizia valutare e decidere cosa sia e cosa non sia greenwashing”.

Si tratta di un approccio appunto giurisdizionale, che è poi quello che si sta seguendo negli Stati Uniti dove si premia una valutazione di merito rispetto a una valutazione di principio.

Uno sguardo alla “Sentenza Chevron”

“È significativo a questo proposito – osserva Grassadonia – prendere come punto di riferimento per questa riflessione il caso della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha ribaltato la sentenza Chevron del 1984, ovvero la possibilità che le autorità regolatorie USA avevano di interpretare e quindi di estendere le norme di riferimento in autonomia quando esse sono insufficienti o ambigue rispetto ai casi concreti”.

Nel caso Chevron la Corte Suprema degli Stati Uniti ha di fatto ribaltato dopo 40 anni una decisione che consentiva ai regolatori federali di imporre il rispetto della loro interpretazione anche nel caso di leggi di difficile interpretazione. Il caso ha avuto una grande rilevanza mediatica ed è conosciuto come Chevron contro National Resources Defense Council e a suo tempo aveva stabilito che i tribunali avrebbero dovuto rimettersi alle decisioni e alla competenza dei regolatori quando il linguaggio degli statuti risultava ambiguo. Con quella decisione si conferiva indirettamente ai regolatori federali l’autorità di far rispettare le loro interpretazioni delle normative.

Dopo quarant’anni la Corte Suprema è “tornata sui suoi passi” con una decisione che definisce la dottrina Chevron come “inattuabile”. Un passaggio che annulla la precedente decisione e che toglie alle agenzie federali il diritto di fornire una loro interpretazione preferenziale alle normative. In concreto saranno solo i giudici e i legislatori ad avere il diritto di emettere e far rispettare norme di legge o statuti determinando un impatto significativo sulla giurisprudenza amministrativa negli Stati Uniti.

“Si tratta – evidenzia Grassadonia – di una decisione molto importante che riconsegna il potere decisionali sui temi relativi all’applicabilità della normativa, ai tribunali, ovvero al dibattito delle parti in causa davanti a un giudice”.

La necessità di premiare realmente le performance sostenibili delle aziende

Nello stesso tempo non si deve dimenticare che si tratta di modelli in evoluzione continua. “In cui il legislatore non può intervenire continuamente – aggiunge Grassadonia -, e dove, rispetto a una visione giuridico-normativo, dovrebbe prevalere una lettura sostanziale, corrispondente alla valutazione delle performance relative alle aziende sulle quali si concentrano gli investimenti”.

C’è poi un altro tema che attiene anche all’interpretazione culturale delle diverse definizioni e nomenclature. L’ESG, ad esempio, in Europa ha consolidato prevalentemente un significato di tipo economico-finanziario, negli Stati Uniti si caratterizza per un posizionamento più movimentista e come espressione di un impegno a beneficio dell’ambiente e delle questioni sociali.

“La soluzione migliore – osserva Grassadonia – sarebbe quella di rendere visibili e trasparenti i meccanismi che portano alla scelta e alla approvazione di una definizione, ma anche di tutte le eccezioni più probabili e frequenti. Sulla base di questa trasparenza dovrebbe poi essere il mercato a decidere chi premiare e come”.

Non va infatti dimenticato il contesto di queste normative, dove naturalmente ci sono attori già presenti con prodotti già consolidati. Mentre per i nuovi attori, a fronte delle nuove regole, risulterà più difficile accedere. È ovviamente corretto che ci sia una barriera in ingresso costituita da criteri selettivi che permettano di evitare ambiguità e rischi di strumentalizzazione, ma più che una ricerca delle criticità – conclude – si dovrebbe impostare una chiara strategia basata su premi e incentivi per le imprese virtuose che dimostrano concretamente i risultati che stanno raggiungendo”.

Una considerazione che per certi aspetti vale anche per il mondo bancario, che si trova a sua volta nella fase in cui il regolatore indica una serie di principi importanti ma non precisa ancora esattamente cosa si deve fare. “Da questo punto di vista – conclude – c’è ancora uno spazio importante per le aziende che vogliono esprimere un valore distintivo. Uno spazio concreto per sostenere una trasformazione sostenibile che richiede investimenti e che potrebbe contare sul fatto che in Italia il credito resta una delle leve primarie per indirizzare l’economia”.

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