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Gender gap, la parità di genere leva di competitività per le aziende



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L’analisi di Cerved Rating Agency su un campione di oltre 14mila imprese: con la crescita della presenza femminile nei board scende il rischio di default e sale la redditività. Fabrizio Negri: “Nell’interesse del Paese promuovere e valorizzare l’equilibrio di genere nelle figure apicali aziendali”

Pubblicato il 12 mar 2024



Fabrizio Negri

La combinazione migliore sotto il profilo di rischio per un’azienda è avere un consiglio d’amministrazione prevalentemente maschile con un Ceo donna: le aziende con queste caratteristiche, infatti, presentano un rischio di default inferiore al 3%, mentre la percentuale sale al 6,79% nel caso di aziende a totale guida maschile e a 7,29% per quelle, al contrario, a totale guida femminile. Ma le imprese con una maggiore incidenza di donne nel Cda, superiore al 20%, sono in ogni caso più robuste dal punto di vista economico-finanziario, meno rischiose sotto il profilo creditizio, hanno indicatori di sostenibilità più positivi e un tasso inferiore di infortuni sul lavoro e di contratti a termine.

Sono questi i dati che emergono da un’analisi realizzata da Cerved Rating Agency, l’agenzia di rating italiana specializzata nella valutazione del merito di credito di imprese e nella misurazione delle performance Esg. Lo studio ha preso in esame le oltre 14.000 società di capitali per le quali Cerved ha emesso un rating creditizio, tra le quali quelle con una percentuale di donne nel cda superiore al 20% sono circa 4.500, fatturano complessivamente quasi 1.500 miliardi di euro e impiegano oltre 1,3 milioni di addetti.

Il bilanciamento di genere nelle figure apicali aziendali, dunque, rappresenta un’importante leva di vantaggio competitivo – spiega Fabrizio Negri (nella foto), amministratore delegato di Cerved Rating Agency – che è nell’interesse del Paese promuovere e valorizzare”.

Il soffitto di cristallo resiste ancora

Nonostante oltre la metà della forza lavoro in Italia sia femminile, sui 5 milioni di imprese italiane la percentuale di donne in posizioni apicali raggiunge solo il 30%, dato che scende al 27% se si considera la partecipazione nei Cda e al 25% se si parla di amministratrici delegate. Il divario tra uomini e donne ai vertici – secondo Cerved – si riduce se si considerano le organizzazioni internazionali e i tradizionali settori “di cura”, quindi sanità, servizi sociali, ma anche istruzione, dell’accoglienza e della ristorazione, mentre le costruzioni sono ancora quasi al 90% a guida maschile.

Le aziende a più alta presenza femminile

Nelle imprese in cui la presenza femminile nel board è superiore al 20%, indipendentemente dalle dimensioni e dal fatturato, il rischio di default scende dal 6,52% al 5,64%, mentre l’ebitda margin è pari all’8,31% contro il 7,9% e i livelli di indebitamento sono più contenuti. A questo si aggiungono indicatori di sostenibilità aziendale maggiormente positivi, soprattutto per aspetti sociali e di governance, tassi inferiori di infortuni e un minor numero di contratti a tempo determinato, che si attestano in media al 9,5% contro il 10,58%. Inoltre le imprese con oltre il 20% di donne nei Cda sono percepite come meno rischiose rispetto alle altre anche nei singoli settori, con un divario che va dal 6% del commercio al 18% dei servizi.

I vantaggi delle imprese con un ceo donna

Prendendo in esame il sottocampione di 9.500 imprese con amministratore delegato, Cerved ha considerato le combinazioni, in termini di bilanciamento di genere, tra ceo e Cda, e da questa analisi è emerso che le imprese con guida maggiormente polarizzata sui generi, cioè a totale prevalenza maschile o femminile, sono le più rischiose.

Le imprese con ceo e Cda a connotazione maschile – secondo Cerved – presentano un rischio di default pari a 6,79%, percentuale che sale ulteriormente al 7,29% nelle aziende a totale guida femminile. “La situazione migliora, indipendentemente dalle dimensioni aziendali e dal livello di fatturato, quando si è in presenza di un bilanciamento di genere nelle figure apicali: laddove il Cda ha una buona rappresentanza di donne e il ceo è uomo, il rischio di default scende al 4,43%, ma arriva fin sotto al 3% (2,97%) nel caso di un ceo donna affiancato da un Cda a prevalenza maschile”, si legge nella ricerca.

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