Le speranze dell’elettrificazione e i vincoli della della decarbonizzazione
Nella nostra Road to COP 31 abbiamo voluto dare spazio a una interessante chiave di lettura di uno dei tanti temi che saranno al centro della prossima Conferenza delle parti di Antalya in Turchia, vale a dire il complesso e virtuoso rapporto tra elettrificazione e decarbonizzazione . Un rapporto che è al centro dell’analisi di Océane BALBINOT-VIALE, Credit e ESG Research Analyst di Crédit Mutuel AM (parte del Gruppo La Française) dalla quale arriva un invito a superare pragmaticamente l’equazione che vorrebbe l’elettrificazione in diretta relazione con la sostenibilità ambientale.
Cosa significa elettrificare e cosa significa decarbonizzare
Prima di arrivare all’analisi di BALBINOT-VIALE è utile ricordare che l’elettrificazione rappresenta indiscutibilmente una delle principali leve per accelerare la decarbonizzazione dell’economia e migliorare la sostenibilità dei sistemi produttivi. Una leva “indiscutibile” ma a determinate condizioni. Sostituire l’impiego diretto dei combustibili fossili con l’energia elettrica nei trasporti, nell’industria e negli edifici consente infatti di ridurre le emissioni di gas serra, ma a condizione, naturalmente, che l’elettricità provenga da fonti a basse emissioni di carbonio.
Le opportunità sono significative: dalla diffusione della mobilità elettrica all’utilizzo delle pompe di calore, fino all’elettrificazione dei processi industriali, le nuove tecnologie possono contribuire a migliorare l’efficienza energetica, ridurre l’inquinamento atmosferico e contenere la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. L’elettrificazione, in questo scenario, favorisce l’integrazione delle energie rinnovabili, creando nuove prospettive per lo sviluppo di modelli energetici più sostenibili e resilienti.
Elettrificazione virtuosa nel momento in cui le fonti sono rinnovabili
Tuttavia, elettrificazione e decarbonizzazione non sono automaticamente sinonimi. Se l’aumento della domanda elettrica viene soddisfatto attraverso centrali alimentate a carbone o gas, i benefici climatici possono risultare ovviamente limitati. La transizione richiede quindi investimenti consistenti nella generazione rinnovabile, nel potenziamento delle reti, nei sistemi di accumulo e nella flessibilità dei consumi. Ulteriori criticità riguardano la disponibilità di materie prime critiche, gli impatti ambientali delle tecnologie e i costi di trasformazione delle infrastrutture industriali.
Elettrificazione e decarbonizzazione scaldano il dibattito a COP 31
L’eletttrificazione è uno dei temi di riferimento di COP 31 che peraltro si muove uno scenario internazionale segnato da profonde contraddizioni e da un numero crescente di variabili. Da una parte, mesi di temperature elevate, eventi climatici estremi e forti rincari dell’energia confermano l’urgenza di accelerare la transizione. Dall’altra, il confronto diplomatico sul clima continua a incontrare difficoltà nel tradurre gli impegni politici in decisioni condivise e interventi concreti.
Gli incendi e le alluvioni che hanno colpito tante aree del pianeta sono soltanto alcune delle manifestazioni di un cambiamento climatico i cui effetti non appartengono più alla dimensione delle previsioni, ma incidono direttamente sulla sicurezza dei territori e sulla stabilità delle economie. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il conflitto in Medio Oriente, che ha riportato la sicurezza degli approvvigionamenti energetici tra le principali priorità internazionali.
In questo contesto, secondo l’analisi di Océane BALBINOT-VIALE, le aspettative nei confronti della conferenza ospitata ad Antalya, in Turchia, rimangono contenute. Non si intravedono, almeno per il momento, le condizioni per un accordo di portata paragonabile a quelli raggiunti durante la COP26 di Glasgow nel 2021 o la COP28 di Dubai nel 2023.
Combustibili fossili, una transizione ancora senza tempi definiti
Il progressivo superamento dei combustibili fossili continua a rappresentare uno dei principali nodi irrisolti della diplomazia climatica. Nel 2025 le emissioni associate al loro utilizzo hanno raggiunto un nuovo massimo storico, mentre l’impegno assunto alla COP28 di Dubai per avviare una transizione che porti ad abbandonarli non si è ancora tradotto in un calendario operativo condiviso.
Per BALBINOT-VIALE la successiva COP30 di Belém non ha prodotto avanzamenti significativi su questo fronte. Il documento conclusivo della conferenza non conteneva infatti un riferimento esplicito ai combustibili fossili e non è stata approvata la tabella di marcia sostenuta da circa 80 Paesi. Le difficoltà del negoziato multilaterale stanno tuttavia favorendo lo sviluppo di iniziative parallele. Nel corso del 2026, quasi 60 Paesi hanno avviato un confronto al di fuori del perimetro delle Nazioni Unite sulle modalità per eliminare gradualmente l’utilizzo dei combustibili fossili. Contemporaneamente, diversi governi europei hanno definito e pubblicato proprie roadmap nazionali.
Si delinea così uno scenario nel quale, a fronte di un rallentamento degli accordi globali, alcune delle iniziative più ambiziose prendono forma attraverso coalizioni di Paesi e politiche nazionali.
Elettrificazione, l’obiettivo è raggiungere il 35% entro il 2035
Si arriva così al tema dell’elettrificazione che è naturalmente in diretta relazione con la ricerca di prospettive per l’abbandono dei combustibili fossili e sul quale, purtroppo, non si attendono progressi decisivi.
Il principale obiettivo in questo senso secondo BALBINOT-VIALE riguarda l’elettrificazione dei consumi: con l’obiettivo di portare la quota di elettricità sul consumo finale di energia dall’attuale 20% circa al 35% entro il 2035. A questo traguardo si affiancano poi altri impegni, tra cui una riduzione di almeno il 25% dell’intensità energetica degli edifici e il dimezzamento della crescita dei rifiuti.
Elettrificazione e decarbonizzazione negli obiettivi di transizione delle infrastrutture di rete, dei sistemi di accumulo energetico e dei processi industriali
Nel loro insieme, queste priorità individuano alcuni dei settori destinati ad assorbire una parte rilevante degli investimenti necessari alla transizione: infrastrutture di rete, sistemi di accumulo energetico e trasformazione dei processi industriali, in particolare quelli che richiedono calore.
Per le utility e gli operatori delle reti elettriche, l’espansione dell’elettrificazione rappresenta una prospettiva di domanda sostenuta nel lungo periodo. Per le imprese manifatturiere, invece, comporta la necessità di ripensare tecnologie e modalità produttive.
La questione assume inoltre una rilevanza strategica che va oltre la decarbonizzazione. In presenza di prezzi elevati dei combustibili fossili, aumentare il ricorso all’elettricità significa anche intervenire sulla dipendenza energetica e sulla capacità dei Paesi di controllare maggiormente le proprie fonti di approvvigionamento. L’elettrificazione diventa quindi non soltanto uno strumento di politica climatica, ma anche una componente della sovranità energetica.
La crescita dei consumi elettrici non garantisce la decarbonizzazione
Il punto focale dell’analisi di BALBINOT-VIALE riguarda proprio i benefici che l’elettrificazione può portare ai risultati e ai percorsi di decarbonizzazione e ricorda che l’obiettivo del 35% di elettrificazione entro il 2035 presenta tuttavia un elemento di incertezza fondamentale: non indica attraverso quali fonti dovrà essere prodotta l’elettricità aggiuntiva necessaria a soddisfare la maggiore domanda.
È una questione tutt’altro che secondaria, considerando che circa un terzo dell’elettricità generata a livello mondiale proviene ancora dal carbone. Un’espansione dei consumi elettrici non accompagnata da un adeguato sviluppo delle fonti a basse emissioni potrebbe quindi produrre risultati molto diversi da quelli attesi. Invece di ridurre l’impatto climatico, il processo rischierebbe di trasferire le emissioni da un settore all’altro o, in determinate condizioni, persino di aumentarle.
Per valutare il contributo effettivo dell’elettrificazione alla transizione energetica non è dunque sufficiente misurarne la crescita quantitativa. Occorre considerare le caratteristiche del sistema di generazione, la qualità degli investimenti e la credibilità delle strategie industriali che accompagnano il cambiamento.
Investimenti energetici: i criteri per valutare rischi e opportunità
Dal punto di vista degli investitori, la transizione verso un’economia maggiormente elettrificata richiede un’analisi articolata, capace di distinguere i progetti realmente coerenti con gli obiettivi climatici da quelli che potrebbero generare nuove esposizioni al rischio.
Il primo elemento riguarda il mix di produzione energetica. L’aumento dell’offerta di elettricità può produrre benefici ambientali soltanto nella misura in cui venga sostenuto da una crescita della capacità di generazione a basse emissioni di carbonio.
Un secondo fattore è rappresentato dalla coerenza tra obiettivi dichiarati e programmi di investimento. Diventa quindi necessario verificare se le risorse destinate allo sviluppo delle reti e delle fonti rinnovabili siano effettivamente adeguate rispetto ai risultati che le imprese intendono raggiungere.
Un’attenzione altrettanto importante deve essere riservata alla solidità finanziaria degli operatori. La realizzazione di nuove infrastrutture energetiche richiede capitali consistenti e tempi di ritorno spesso lunghi. Per questo, i programmi di investimento devono essere valutati anche in relazione alla capacità delle imprese di finanziarli senza compromettere il proprio equilibrio patrimoniale.
La credibilità dei percorsi di decarbonizzazione costituisce un ulteriore criterio di valutazione. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni dovrebbero essere sottoposti alla verifica di soggetti terzi indipendenti e accompagnati da piani di transizione sufficientemente dettagliati da consentire di valutarne la fattibilità.
Elettrifricazione e decarbonizzazione: attenzione a non unire il rischio finanziario a quello tecnologico e industriale
Infine, assume particolare rilievo la distribuzione temporale degli investimenti. I programmi che prevedono una forte concentrazione delle spese nelle fasi iniziali possono determinare un aumento dell’indebitamento prima che i ricavi regolamentati o quelli derivanti dai contratti siano in grado di assicurare ritorni economici adeguati.
A questo rischio finanziario si aggiunge quello tecnologico e industriale. Se l’espansione dell’elettrificazione dovesse continuare a dipendere in misura significativa da gas e carbone, gli operatori potrebbero trovarsi esposti al rischio di stranded asset, ovvero investimenti e infrastrutture destinati a perdere valore prima della conclusione della loro vita economica prevista.
Finanza sostenibile e politiche pubbliche: il ruolo della regolamentazione
L’insieme di questi elementi assume un’importanza diretta sia nella selezione delle imprese da inserire nei portafogli di investimento sia nelle attività di engagement, attraverso le quali gli investitori dialogano con le società partecipate per promuovere strategie e comportamenti coerenti con gli obiettivi di sostenibilità. La valutazione dei rischi non può tuttavia limitarsi alle caratteristiche delle singole aziende.
Le prospettive economiche degli investimenti energetici dipendono infatti in misura significativa dalle decisioni dei governi e delle autorità di regolamentazione.
Il sistema degli incentivi pubblici, i meccanismi di tassazione delle emissioni e gli strumenti di mercato, come l’Emission Trading System europeo (ETS), possono incidere profondamente sulla redditività dei progetti e sulla loro esposizione ai rischi di lungo periodo.
Altrettanto importante è la stabilità del quadro normativo. La prevedibilità delle regole rappresenta una condizione essenziale per investimenti caratterizzati da elevata intensità di capitale e orizzonti temporali pluriennali. Ne deriva che la qualità delle politiche pubbliche può contribuire a rafforzare oppure compromettere la sostenibilità economica dei programmi di transizione.
COP31: meno aspettative diplomatiche, più attenzione alle azioni concrete
Per BALBINOT-VIALE la conferenza di Antalya potrebbe non essere ricordata per grandi accordi o annunci capaci di modificare radicalmente il percorso della diplomazia climatica internazionale. Potrebbe però rappresentare un passaggio importante sul piano dell’attuazione, in linea con l’orientamento verso risultati concreti indicato dalla stessa presidenza.
Per gli investitori, questo scenario suggerisce che non sia necessario attendere nuove decisioni multilaterali per contribuire all’accelerazione della transizione energetica.
Esistono già strumenti attraverso i quali orientare i capitali verso un’elettrificazione effettivamente coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione. Tra questi, una selezione rigorosa degli investimenti e un’attività di engagement capace di richiedere alle imprese strategie credibili, obiettivi verificabili e programmi industriali sostenibili anche sotto il profilo finanziario.
Saranno probabilmente le politiche nazionali, più ancora degli accordi negoziati durante le conferenze internazionali, a determinare la velocità con cui le imprese potranno realizzare i propri percorsi di transizione. E in un contesto nel quale non si prevedono svolte diplomatiche decisive, la capacità di valutare con rigore la qualità degli investimenti, i rischi climatici e la solidità delle strategie aziendali diventa essa stessa una leva per sostenere la decarbonizzazione.










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