L'analisi

Emissioni e crediti di Co2, si fa strada il mercato secondario

Stefano Cappello, Ceo & founder di Limenet: “Si basa sulla carbon removal, tecnologie che consentono di rimuovere la CO2 già presente in atmosfera. Ed è in crescita esponenziale per la spinta ecologista delle aziende ma anche per la domanda di sostenibilità da parte dei consumatori”

Pubblicato il 10 Gen 2024

Il mercato volontario dei crediti CO2, che si sta sviluppando in parallelo a quello regolamentato europeo Ets, oltre a essere in generale promettente può essere molto interessante per gli investitori. “A differenza dell’Ets, che si basa sulla carbon reduction, ovvero un sistema che vuole spingere le aziende a ridurre le proprie emissioni dirette – spiega Stefano Cappello, Ceo e fonunder di Limenet (al centro nella foto), società benefit deep tech che ha brevettato una tecnologia innovativa per lo stoccaggio dell’anidride carbonica in forma di bicarbonati di calcio in acqua marina – il mercato volontario si basa sulla carbon removal, ovvero tecnologie che consentono di rimuovere la CO2 già presente in atmosfera. Entrambi questi sistemi sono importanti, ma il mercato volontario offre grandi opportunità a quelle industrie che non riescono a decarbonizzare del tutto i propri processi produttivi.

Il ruolo delle tecnologie

L’obiettivo dell’accordo di Parigi, che prevede il contenimento del riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi, “è un obiettivo ormai fuori dalla nostra portata – spiega Cappello – ed è per questo che ha senso andare oltre gli obblighi  normativi”, studiando “nuove soluzioni tecnologiche per la rimozione della CO2, dalle tecnologie di cattura, al trasporto, allo stoccaggio”.

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Il mercato dei crediti di CO2

Oltre a generare effetti positivi sull’ambiente, secondo l’idea di Cappello, la Co2 catturata può “trasformarsi in un’opportunità di investimento se ‘impacchettata’ in certificati che vengono acquistati e venduti su un mercato regolamentato ad hoc, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets), che vale circa 850 miliardi di euro, rappresentando il 90% del mercato globale di scambio di quote di CO2. Per capire la crescita di questo mercato – argomenta Cappello – basti pensare che nel 2017 il costo per compensare una tonnellata di CO2 oscillava tra i 4 e 5 euro mentre nel 2023 ha toccato i 105 euro”.

In parallelo all’Ets si è creato anche un mercato volontario, “in cui le società che vogliono essere carbon neutral acquistano crediti o certificati di emissione negativi da fornitori che possono garantire un offset di Ghg. Questo mercato – spiega il founder di Limenet – ha visto non solo una crescita esponenziale per la spinta ecologista di aziende leader nel proprio settore, ma anche per la domanda di sostenibilità da parte dei consumatori”.

Mercato Ets e mercato volontario

Se nell’Ets, in funzione dal 2008, le quote vengono messe all’asta in una borsa di valori, nel mercato volontario i prezzi sono decisamente  più variabili: ad oggi il 95% dei crediti nel mercato volontario si basa sull’afforestazione o altri metodi biologici di cattura del carbonio che però garantiscono bassa monitorabilità e stabilità nel tempo: “La crescita del  mercato si basa sulle prospettive di sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio nel prossimo decennio – argomenta Cappello – che hanno come base una permanenza del tempo della CO2 maggiore a mille anni e una  monitorabilità elevata del processo”.

Si tratta delle cosiddette tecnologie di Carbon Capture Storage (Ccs), che mirano a catturare le emissioni di anidride carbonica dall’atmosfera o da impianti industriali, per poi trasportarle e stoccarle in modo sicuro a lungo termine. ”Attualmente – prosegue il manager – sono disponibili in commercio diverse tecnologie di cattura della CO2 ma molte poche riguardanti lo stoccaggio”.

Le nuove frontiere dello stoccaggio

 Oggi la tecnologia più sviluppata e studiata è lo stoccaggio geologico: in sostanza si “inietta” la Co2 in giacimenti esausti di idrocarburi: protagonisti per l’Italia in questo campo sono Eni e Snam, che hanno dato vita a una joint venture per un progetto pilota nei pressi di Ravenna.

“Ultimamente si stanno però iniziando a studiare nuove frontiere – spiega Cappello – In particolar modo utilizzando l’oceano come sito di stoccaggio di Co2. L’oceano infatti è, assieme alle piante, un assorbitore di CO2 naturale. La CO2 si lega all’acqua di mare e a composti carbonatici formando ioni carbonati che rimangono stabili nel tempo. Il nome della tecnologia che riprende questo processo naturale si chiama: Ocean Alkalinity Enhancement. Si tratta di un sistema di stoccaggio che si basa sull’industrializzazione del ciclo geologico del carbonio”

 La Co2 viene assorbita dalla natura in vari modi: per esempio, viene catturata dalla pioggia e poi si lega con il calcare quando ricade su rocce carbonatiche – prosegue – La Co2 si trasforma così in bicarbonato, finendo poi nel mare. Qui permane tra  i 10mila e i 100mila anni andando a equilibrare il pH marino. Questo equilibrio naturale si sta però alterando a causa dell’aumento di CO2 nell’atmosfera che acidifica gli oceani, riducendo indirettamente la quota di carbonati presenti nell’acqua e quindi la sua capacità di tamponamento del pH”.

“Attraverso questo metodo, che è anche quello che applichiamo anche noi di Limenet, si cerca di ripristinare questo equilibrio, trasformando la CO2 in bicarbonato di calcio, riducendo così la CO2 nell’atmosfera e contribuendo alla salvaguardia degli oceani riequilibrando il pH. Attraverso gli ioni carbonati è possibile avere un controllo e una misurabilità elevata, garantendo un beneficio ambientale tangibile e misurabile. Tuttavia, l’implementazione è più complessa a causa del livello di tecnologia coinvolta, e quindi comporta costi iniziali e operativi elevati. Attraverso economie di scala è possibile ridurre i costi per tonnellata di CO2 rimossa al di sotto di 100 dollari. E siamo solo all’inizio di un trend che sarà inarrestabile per almeno i prossimi 30 anni”.

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