Analisi

Decarbonizzazione e ruolo delle rinnovabili al centro del PNRR

L’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra richiede non solo forti investimenti per l’installazione di impianti FER, ma anche la sburocratizzazione dei processi autorizzativi. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza fa leva su entrambi, con l’ambizione di trasformare l’Italia in un protagonista industriale del mondo green che ci aspetta.

Pubblicato il 01 Apr 2022

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Prima dello scoppio della guerra in Ucraina il processo di decarbonizzazione energetica sembrava inarrestabile. L’Italia aveva fatto la propria parte, sia sottoscrivendo l’Accordo di Parigi che ha lo scopo di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050, sia mediante una roadmap come quella contenuta nel PNIEC, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima che prevede, tra le altre cose, la dismissione o la riconversione delle nostre 7 centrali termoelettriche a carbone da qui ai prossimi 3 anni. Di queste, 6 sono attualmente operative e non è detto che si riesca a chiuderle o a trasformarle in impianti alimentati con gas naturale prima del 2025.

In realtà, la decarbonizzazione è un obiettivo che va oltre il cambiamento delle centrali che utilizzano il più inquinante fra i combustibili fossili, peggiore persino del petrolio. Il PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza parla esplicitamente di “progressiva decarbonizzazione di tutti i settori” attraverso alcune azioni chiave: “accelerare l’efficientamento energetico; incrementare la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, sia con soluzioni decentralizzate che centralizzate (incluse quelle innovative e offshore); sviluppare una mobilità più sostenibile; avviare la graduale decarbonizzazione dell’industria, includendo l’avvio dell’adozione di soluzioni basate sull’idrogeno, in linea con la Strategia europea”.

Decarbonizzazione, rinnovabili e burocrazia

Il legame tra decarbonizzazione e fonti rinnovabili rappresenta una delle dimensioni trasversali del PNRR, tant’è che i due termini ricorrono più volte (23 decarbonizzazione e 2 decarbonizzare, 48 rinnovabili e 18 rinnovabile) all’interno delle 266 pagine del Piano. Delle 6 Missioni in cui sono suddivisi gli investimenti del PNRR, ben due si focalizzano sui temi della decarbonizzazione e del ricorso a fonti energetiche green. La Missione 2 dedicata a rivoluzione verde e transizione ecologica, in particolare nella Componente 2 (M2C2), destina 23,78 miliardi di euro a sostegno di energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile. Anche la Missione 3 punta alla decarbonizzazione e alla riduzione delle emissioni, ma soprattutto attraverso il potenziamento della rete ferroviaria (24,77 miliardi di euro) per ribaltare la percentuale del traffico che oggi vede il 90% dei passeggeri muoversi su strada.

A monte, il Piano intende incidere sul quadro delle riforme strutturali necessarie a razionalizzare le normative in materia ambientale. Nelle pagine del PNRR, ad esempio, si ammette candidamente l’impossibilità di riuscire a rispettare qualsiasi milestone stante la situazione burocratica tipica dell’Italia: “Secondo alcune stime, considerando l’attuale tasso di rilascio dei titoli autorizzativi per la costruzione ed esercizio di impianti rinnovabili, sarebbero necessari 24 anni per raggiungere i target Paese – con riferimento alla produzione di energia da fonte eolica – e ben 100 anni per il raggiungimento dei target di fotovoltaico”. Per ovviare a questo problema, il Governo ha varato recentemente il decreto legge 1 marzo 2022, n. 17 recante “Misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali”.

Le 5 linee di riforme e investimenti della M2C2

All’interno della M2C2 del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono contenute 5 linee di intervento:

  1. Incrementare la quota di energia prodotta da fonti di energia rinnovabile
    I pilastri di questa linea di investimento, oltre a ribadire l’importanza della semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti rinnovabili, puntano allo sviluppo dell’agro-voltaico, alla promozione delle rinnovabili per le comunità energetiche e l’auto-consumo, alla nascita di impianti innovativi che sfruttino tecnologie e configurazioni progettuali all’avanguardia (ad esempio, i sistemi off-shore basati sul moto ondoso), all’ottimizzazione e all’incremento del biometano. La decarbonizzazione attesa da questi interventi dovrebbe concretizzarsi in una riduzione delle emissioni di gas serra superiore ai 2,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.
  2. Potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete
    La seconda categoria di investimenti mira a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione attraverso il potenziamento di una rete elettrica non più centralizzata, ma alla cui alimentazione contribuiscono tutti quegli impianti FER messi a disposizione dai privati e dalle comunità energetiche. Una platea di prosumer che necessita di una smart grid digitalizzata affinché siano ottimizzati gli scambi sul vettore elettrico. Il che, tradotto, significa incremento della capacità per 6 GW, miglioramento della resilienza di 4.000 km della rete elettrica e aumento della potenza per 1.850.000 utenti.
  3. Promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno
    In sintonia con la Strategia europea sull’idrogeno, che contempla il ricorso a questa soluzione per far fronte alle esigenze di graduale decarbonizzazione di settori sprovvisti di possibili alternative, il terzo pilastro della Componente 2 della rivoluzione verde e transizione ecologica vuole favorire una serie di iniziative in proposito. In particolare, ha l’ambizione di realizzare progetti strategici per l’utilizzo dell’idrogeno in comparti industriali cosiddetti “hard-to-abate”, cioè dove decarbonizzare è più difficile. Il banco di prova potrebbe essere l’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, la cui nuova società (Invitalia e ArcelorMittal) ha dichiarato che produrrà acciaio mediante l’idrogeno nell’arco dei prossimi 10 anni. Se così fosse, l’abbattimento delle emissioni derivante dall’utilizzo dell’idrogeno verde sarebbe di circa il 90%, secondo i calcoli fatti dal PNRR.
  4. Sviluppare un trasporto locale più sostenibile
    Il quarto punto della M2C2 ha al centro l’intenzione di rendere il trasporto locale più sostenibile sia ai fini della decarbonizzazione, sia come leva di miglioramento complessivo della qualità della vita. Comprende una serie di azioni che vanno dalla realizzazione di circa 570 km di piste ciclabili urbane e 1.250 km di piste ciclabili turistiche alla diffusione di un’adeguata rete infrastrutturale di ricarica elettrica pubblica che corrisponde a 7.500 punti di ricarica nelle superstrade e a 13.750 nei centri urbani. Questa sezione del PNRR, inoltre, incentiva l’acquisto di treni elettrici e apre la strada a un profondo rinnovamento del parco bus obsoleto a beneficio di mezzi a basse o a zero emissioni.
  5. Sviluppare una leadership internazionale, industriale e di ricerca e sviluppo nelle principali filiere della transizione
    Con un investimento pari a 2 miliardi di euro, è probabilmente l’ambito progettuale di questa Componente a rivestire il maggior carattere strategico. A differenze degli altri, infatti, non si limita alla distribuzione di risorse per ottenere l’obiettivo della decarbonizzazione, ma ha l’aspirazione di rendere l’Italia protagonista in veste di produttore di tecnologie per il futuro green del pianeta. “I settori in cui sono attesi i maggiori investimenti da parte sia pubblica che privata sono quelli del solare e dell’eolico onshore – si legge sul PNRR -, ma in rapida crescita sarà anche il ruolo degli accumuli elettrochimici. Ad esempio, si prevede un aumento della capacità installata fotovoltaica complessiva da 152 GW a 442 GW al 2030 a livello europeo, e da 21 GW a più di 52 GW solo in Italia, con un mercato a oggi dominato da produttori asiatici e cinesi (70% della produzione di pannelli) e sottoscala in Europa (solo 5%)”.
    Da qui la spinta a costruire una vera e propria filiera italiana nel fotovoltaico, nell’eolico, nelle batterie per il trasporto elettrico, nella produzione di celle a combustibile che sfruttano l’idrogeno. A cui si aggiunge il supporto a start-up e venture capital attivi nella transizione ecologica. Se fino a oggi i meccanismi di incentivazione hanno favorito l’ampliamento del parco rinnovabili sul suolo del nostro Paese, senza affrontare il problema dell’eccessiva dipendenza della componentistica degli impianti da parte di fornitori stranieri, forse è giunto il momento di aggiungere un’altra lettera alle quattro “A” tradizionali del made in Italy (abbigliamento, alimentare, arredamento, automazione). Una lettera come la “E”, ad esempio, per indicare la nostra nuova vocazione in campo energetico ed ecologico.

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Carmelo Greco

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