Regolamenti

Sustainable Products: l’iniziativa dell’UE per prodotti a prova di circolarità

Con l’iniziativa “Sustainable Products”, la Commissione europea rivisita la direttiva sulla progettazione ecocompatibile e propone ulteriori misure legislative, per garantire che tutti i prodotti immessi sul mercato dell’UE siano più rispettosi dell’ambiente, circolari ed efficienti sotto il profilo energetico lungo l’intero ciclo di vita. Inoltre, fornisce ai consumatori nuovi ed efficaci strumenti affinché compiano scelte consapevoli aumentando la sostenibilità dei prodotti e della nostra economia.

Pubblicato il 30 Mar 2022

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Usiamo ogni giorno una grande varietà di prodotti, spesso senza riflettere su ciò che produrli e consumarli comporta per il clima e l’ambiente. Essi richiedono enormi quantità di materiali, energia e altre risorse e provocano notevoli impatti ambientali durante il ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime alla fabbricazione e al trasporto, fino all’uso e al fine vita. Metà delle emissioni globali di gas a effetto serra e il 90% della perdita di biodiversità sono dovuti all’estrazione e alla lavorazione delle materie prime primarie. Esaurimento delle risorse, emissioni di gas serra e inquinamento sono solo alcune delle conseguenze deleterie per l’ambiente: un recente studio del JRC ha dimostrato che abbiamo già superato o siamo sul punto di superare i limiti globali del pianeta in diverse categorie di impatto.

Per contrastare e invertire questo fenomeno allarmante e sperare di raggiungere gli obiettivi di zero emissioni nette e zero inquinamento entro la metà del secolo, l’Europa deve garantire che i prodotti immessi sul mercato dell’UE diventino più durevoli, riutilizzabili, riparabili, riciclabili ed efficienti dal punto di vista energetico. Una grande spinta verso questa ambizione è arrivata con l’iniziativa sui prodotti sostenibili o Sustainable Products Initiative, un pacchetto di proposte della Commissione europea che trae ispirazione dalla direttiva sulla progettazione ecocompatibile e che ora saranno discusse dal Consiglio e dal Parlamento europeo.

L’obiettivo è stato annunciato per la prima volta a marzo 2020 come parte del più ampio Piano d’azione per l’Economia Circolare, che vuole “rendere i prodotti sostenibili la norma nell’UE“, dimezzando i rifiuti urbani entro il 2030. Ma come? Delineando misure per ridurre i rifiuti in settori come il tessile, l’edilizia e le apparecchiature elettroniche, che finora non sono stati affrontati a livello europeo. Le politiche dell’economia circolare non sono nuove nell’UE, ma fino ad oggi l’attenzione si è concentrata principalmente sul fine vita dei prodotti. Al contrario, il piano d’azione per l’economia circolare sposta l’attenzione sull’intero ciclo di vita di un prodotto.

Con le nuove proposte in materia Sustainable Products, la Commissione presenta gli strumenti necessari per passare a un’economia realmente circolare, ossia: dissociata dalla dipendenza da energia e risorse, più resiliente agli shock esterni e maggiormente rispettosa della natura e della salute delle persone. Oltre a ciò, la CE si impegna a promuovere modelli imprenditoriali circolari e ancor di più a responsabilizzare i consumatori nella transizione verde introducendo un nuovo diritto all’informazione sulla durabilità e riparabilità dei prodotti, come il divieto di greenwashing e obsolescenza programmata.

“È giunto il momento di porre fine al modello take, produce, break and throw, così dannoso per il nostro pianeta, la nostra salute e la nostra economia – commenta Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo – Le nuove proposte garantiranno che solo i prodotti più sostenibili siano venduti in Europa e consentiranno ai consumatori di risparmiare energia, riparare e non sostituire i prodotti rotti e compiere scelte ambientali intelligenti quando ne acquistano di nuovi. Solo in questo modo ripristineremo l’equilibrio nelle nostre relazioni con la natura e ridurremo la nostra vulnerabilità alle perturbazioni delle catene di approvvigionamento globali”.

Sustainable Products: dal successo della progettazione ecocompatibile per allargare lo spettro alla circolarità

La Sustainable Products Initiative estende l’attuale direttiva sulla progettazione ecocompatibile – riguardante la progettazione come fase responsabile dell’80% dell’impatto ambientale del prodotto durante il ciclo di vita – a una gamma più ampia di beni come il tessile, gli edifici e le apparecchiature elettroniche, nonché ai prodotti intermedi come ferro, acciaio e alluminio, e introduce nuovi requisiti di circolarità per prodotti durevoli, riutilizzabili, riciclabili e riparabili, ed efficienti sotto il profilo energetico e delle risorse.

Sono esenti solo alcuni settori, quali l’alimentare, i mangimi e i medicinali. E per garantire che le giuste priorità siano individuate in modo trasparente e inclusivo e assicurare il coinvolgimento delle parti interessate, entro la fine del 2022 la Commissione avvierà una consultazione pubblica sulle categorie di prodotti da includere nel primo piano di lavoro del regolamento sulla progettazione ecocompatibile di “sustainable products”.

La definizione di criteri non solo per l’efficienza energetica ma anche per la circolarità, unitamente a una riduzione complessiva dell’impronta ambientale e climatica dei prodotti, comporterà una maggiore indipendenza energetica e delle risorse e una riduzione dell’inquinamento. Inoltre i requisiti di informazione specifici per prodotto daranno ai consumatori la possibilità di conoscere l’impatto ambientale dei propri acquisti.

La direttiva sulla progettazione ecocompatibile

La direttiva sulla progettazione ecocompatibile è considerata una delle “storie di successo” delle politiche verdi dell’UE: secondo un recente rapporto dell’European Environmental Bureau (EEB) – ampia rete di organizzazioni ambientaliste in Europa -, queste norme potrebbero rappresentare un terzo delle riduzioni totali delle emissioni necessarie a raggiungere l’obiettivo di riduzione dei gas serra del 55% entro il 2030.

Solo nel 2021 i requisiti di progettazione ecocompatibile hanno consentito ai consumatori di risparmiare 120 miliardi di euro sulle bollette dell’energia e comportato una riduzione del 10 % del consumo annuo di energia per i prodotti interessati. Entro il 2030 il nuovo quadro potrà assicurare un risparmio di 132 Mtep di energia primaria, pari a circa 150 miliardi di m3 di gas naturale, quasi equivalenti all’importazione di gas russo nell’UE. 

Sustainable Products: l’obbligo di informazione e i passaporti digitali

La proposta consentirà di stabilire anche obblighi di informazione per i prodotti, così che il consumatore possa capire meglio quale sia l’impatto di ciò che acquista e fare scelte più sostenibili lungo l’intera catena del valore. Per tutte le categorie contemplate saranno introdotti passaporti digitali dei prodotti, strumento che ne migliorerà significativamente la tracciabilità lungo tutta la catena del valore agevolando l’accesso alle informazione sia ai consumatori per scegliere con cognizione di causa che a chi si occupa di riparazione o riciclaggio per migliorare l’applicazione delle disposizioni giuridiche da parte delle autorità.

Le informazioni da includere nei passaporti saranno decise in fase di elaborazione delle norme specifiche per prodotto. Potrebbero includere ad esempio informazioni sull’impronta ambientale o il tenore di un dato materiale riciclato, indicazioni utili per il riciclaggio, dettagli sulla catena di fornitura e altro ancora. L’accesso alle informazioni sarà consentito soltanto a chi ha necessità di conoscerle: soggetti diversi potranno consultare informazioni diverse, in base a diritti di accesso definiti per ciascun gruppo di prodotti regolamentato. Il tutto farà affidamento su un sistema di dati decentrato, istituito e mantenuto dagli operatori economici.

Le informazioni potranno essere presentate anche sotto forma di “classi di prestazione” (ad esempio da A a G) da riportare eventualmente su un’etichetta, in modo da facilitare il confronto tra prodotti, meccanismo analogo a quello dell’etichetta energetica dell’UE, ormai ampiamente riconosciuta.

Prevenire la distruzione dei beni invenduti e tutelare i Sustainable Products

La proposta prevede anche misure volte ad arrestare la distruzione dei beni di consumo invenduti per garantire che sia mantenuti il valore dei materiali. Innanzitutto, aumenterà sensibilmente la trasparenza: le grandi imprese che scartano i prodotti invenduti dovranno rendere pubbliche le cifre annue, le motivazioni della loro scelta e il numero di prodotti scartati che hanno ceduto a fini di preparazione per il riutilizzo, la rifabbricazione, il riciclaggio, il recupero di energia e le operazioni di smaltimento, in linea con la gerarchia dei rifiuti, provvedendo affinché queste informazioni siano disponibili su un sito web a libero accesso o mediante altri mezzi.

La misura si applicherà a tutti gli operatori economici interessati non appena il regolamento entra in vigore. La proposta vieta espressamente tecniche di elusione quali la vendita dei prodotti a piccole imprese (che di norma sono esentate dagli obblighi) perché queste li distruggano. In secondo luogo, la proposta conferisce alla Commissione la facoltà di vietare tout court la distruzione dei beni di consumo invenduti se particolarmente problematica per determinate categorie di prodotti. 

Così concepita, la Sustainable Products Initiative rafforzerà il mercato unico evitando divergenze normative in ciascuno Stato membro e genererà opportunità economiche per l’innovazione e la creazione di posti di lavoro, in particolare in termini di rifabbricazione, manutenzione, riciclaggio e riparazione.

L’iter di approvazione delle norme per Sustainable Products

Proprio come la direttiva sulla progettazione ecocompatibile, l’iniziativa sui prodotti sostenibili fornisce un quadro generale e una legislazione settoriale specifica per diverse categorie di prodotti: due gruppi prioritari afferiscono al tessile e all’edilizia. Una volta decise, le norme si applicheranno allo stesso modo a tutti i prodotti immessi sul mercato dell’UE, siano essi importati o fabbricati nell’Unione.

La proposta di regolamento definisce un quadro che consentirà di fissare le norme a livello di prodotto in un secondo momento, per mezzo di atti delegati incentrati su ciascun prodotto o gruppo di prodotti, a seconda dei casi. Fa quindi proprio l’approccio dell’attuale direttiva sulla progettazione ecocompatibile, che ha dato buoni risultati.

In tutti i casi l’elaborazione delle norme sarà preceduta da una preparazione approfondita, che comprenderà consultazioni dei portatori di interessi all’insegna dell’inclusività e valutazioni d’impatto, anche per quanto concerne l’accessibilità economica per i consumatori, gli effetti sulla competitività e gli oneri amministrativi. 

Contestualmente alla presente proposta, la Commissione ha adottato un work plan on ecodesign and energy labelling per il periodo 2022-2024 come misura transitoria fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento, volto a coprire nuovi prodotti connessi all’energia e aggiornare, rendendole più ambiziose, le norme per quelli già regolamentati. Il piano di lavoro riguarda in particolare l’elettronica di consumo (smartphone, tablet, pannelli solari), il flusso di rifiuti in più rapida crescita.

La PEF diventerà il nuovo standard UE per verificare i green claims

I piani per valutare e migliorare il ciclo di vita del prodotto per quanto riguarda la durata, la riutilizzabilità e la riparabilità presuppongono il miglioramento dell’impronta ambientale e di carbonio dei prodotti; l’aumento dell’efficienza energetica e delle risorse e la promozione del riciclaggio per garantire che le materie prime contenute nei prodotti entrino in nuovi cicli di vita e non finiscano in discarica. Valutare tutti questi punti in parallelo, tuttavia, è molto complesso.

La Commissione europea ha sviluppato il metodo Product Environmental Footprint (PEF) che misura “le prestazioni ambientali di un prodotto o di un’organizzazione lungo tutta la catena del valore, dall’estrazione delle materie prime alla fine del ciclo di vita, utilizzando 16 categorie di impatto ambientale”, ha spiegato la CE in un’analisi costi-benefici preliminare alla proposta.

Questa metodologia, che renderà le etichette ambientali e le credenziali elencate dalle imprese – come la loro riciclabilità o biodegradabilità – affidabili, comparabili e verificabili in tutta l’UE, potrebbe costituire un valido strumento per affrontare il “greenwashing” e le false affermazioni delle aziende sull’impronta ambientale dei loro prodotti. A sua volta, potrebbe aiutare i consumatori a fare scelte più informate sui prodotti che acquistano.

La PEF è una metodologia basata sulle valutazioni del ciclo di vita (LCA) o metodi per quantificare l’impatto ambientale dei prodotti perché adotta un approccio “completo”: dall’estrazione delle materie prime, attraverso la produzione e l’uso, fino alla gestione finale dei rifiuti. E sebbene le LCA siano complesse, risultano essenziali per comprendere appieno l’impatto ambientale di un prodotto.

Esistono diverse metodologie LCA utilizzate tra i prodotti e le catene del valore, e molte di esse sono standard stabiliti a livello internazionale. Tuttavia, l’utilizzo di metodologie diverse per gli stessi prodotti potrebbe portare a risultati diversi tanto che la stessa azienda potrebbe avere determinati requisiti per un prodotto specifico e requisiti meno rigorosi per altri. La PEF mira a introdurre una metodologia armonizzata dell’UE per affrontare queste incoerenze.

Nel 2013 la Commissione ha avviato una serie di progetti pilota per testare la metodologia su diversi prodotti e perfezionarla nel corso degli anni, ma oggi presenta ancora alcune limitazioni. Ad esempio, alcuni impatti ambientali non sono coperti, come la perdita di biodiversità o la fuoriuscita di microplastiche nell’ambiente. Ma, rappresenta ancora il metodo più olistico per valutare l’impatto ambientale di un prodotto, ed è un miglioramento rispetto al passato perché dovrebbe ridurre le incongruenze nel modo in cui il metodo LCA può essere interpretato.

Sustainable Products e Product Environmental Footprint (PEF): pro e contro per l’industria

L’industria è in gran parte concorde sull’utilizzo della metodologia PEF, ma vede ancora alcune debolezze che devono essere colmate.

Alcuni credono che renderlo obbligatorio potrebbe valerne la pena, in quanto si sta creando un “campo di gioco equo“, nel senso che tutti dovranno mettere le proprie carte sul tavolo e dimostrare come si comporta il loro prodotto. Inoltre, le prestazioni ambientali dei prodotti diventano finalmente visibili alle autorità di regolamentazione, ai clienti e ai consumatori.

Ma ci sono anche dei contro: il tempo e gli sforzi dedicati a mettere insieme una valutazione del ciclo di vita conforme alla PEF sono enormi e richiedono competenze interne o il supporto di un esperto in LCA. Esercizi costosi, e quindi inaccessibili per le piccole imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza delle imprese nell’UE.

Nella sua analisi costi-benefici iniziale, la Commissione ha osservato che attualmente esistono 457 etichette ambientali volontarie in tutto il mondo”, “e ancora più dichiarazioni ambientali, che sono spesso scarsamente definite, spiegate o comprese e non sostenute da metodi comparabili per misurare e valutare l’impatto ambientale”.

Nell’UE, ci sono oltre 100 di queste etichette attualmente attive e una metodologia unificata dell’UE dovrebbe aiutare i consumatori, le imprese e gli investitori a dare un senso a queste affermazioni. Tuttavia, ci sono altre sfide. La PEF tiene conto di un totale di 16 categorie di impatto ambientale e la comunicazione dei punteggi di tutte queste categorie in un’unica etichetta risulterà quanto mai complessa.

E’ pur vero che fabbricare prodotti più circolari e sostenibili fa risparmiare notevolmente sui costi e giova alla reputazione delle imprese grazie al miglioramento della qualità dei prodotti stessi, tanto è vero che molte aziende hanno già adottato questa logica. Inoltre, evitando la frammentazione del mercato causata da requisiti nazionali discordanti in materia di sostenibilità, una normativa armonizzata amplierà i mercati esistenti e ridurrà i costi di conformità e gli oneri amministrativi per chi opera nell’Unione. Un’applicazione più rigorosa proteggerà inoltre le imprese che rispettano le regole, garantendo al contempo che siano conseguiti gli obiettivi ambientali.

“Le nostre proposte in materia di economia circolare segnano l’inizio di un’epoca in cui i prodotti saranno progettati in modo vantaggioso per tutti, entro i limiti del nostro pianeta e tutelando l’ambiente – spiega Virginijus Sinkevičius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca – Alla fine del loro ciclo di vita i prodotti non saranno più fonte di inquinamento ma di nuovi materiali per l’economia, riducendo la dipendenza delle imprese europee dalle importazioni”.

Questo perché, prolungando la durata dei materiali, mantenendone il valore il più a lungo possibile e promuovendo l’impiego di contenuto riciclato nei prodotti la proposta darà impulso a uno sviluppo economico disassociato dall’uso delle risorse naturali, a vantaggio dell’autonomia strategica aperta e della resilienza dell’UE anche a fronte di perturbazioni delle catene di approvvigionamento globali.

Textile waste: estendere la responsabilità dei prodotti su tutta la catena del valore

Il consumo di prodotti tessili in Europa si trova al quarto posto per maggiore impatto sull’ambiente e sui cambiamenti climatici dopo l’alimentazione, gli alloggi e la mobilità; si tratta, inoltre, del terzo settore in ordine di consumi per quanto riguarda l’uso di acqua e suolo e del quinto per l’uso di materie prime primarie.

La EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles definisce azioni concrete tese a garantire che entro il 2030 i prodotti tessili immessi sul mercato dell’UE siano riciclabili e di lunga durata, realizzati il più possibile con fibre riciclate, privi di sostanze pericolose e prodotti nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente.

Le misure specifiche comprendono requisiti di progettazione ecocompatibile dei tessili, informazioni più chiare, un passaporto digitale dei prodotti e un regime di responsabilità estesa del produttore dell’UE. Sono previste misure anche per contrastare il rilascio involontario di microplastiche dai tessili, garantire l’accuratezza delle dichiarazioni ecologiche e promuovere modelli di business circolari, compresi i servizi di riutilizzo e riparazione.

Per affrontare la questione del fast fashion, la strategia invita le imprese a ridurre il numero di collezioni per anno, ad assumersi le proprie responsabilità e ad agire per ridurre al minimo l’impronta ambientale e di carbonio, ed esorta gli Stati membri ad adottare misure fiscali favorevoli per il settore del riutilizzo e della riparazione. La Commissione promuoverà tale transizione anche con l’ausilio di attività di sensibilizzazione.

Così i consumatori beneficeranno più a lungo di tessili di alta qualità, il fast fashion andrà fuori moda e lascerà spazio a servizi di riutilizzo e riparazione economicamente vantaggiosi e altamente fruibili. In tal modo l’ecosistema tessile circolare sarà florido e guidato da capacità sufficienti per garantire un riciclaggio innovativo delle fibre fibre-to-fibre, mentre l’incenerimento e il collocamento in discarica dei tessili dovranno essere ridotti al minimo.

Ma non finisce qui, perché la strategia UE mira a sostenere l’ecosistema tessile e a guidarla attraverso il suo percorso trasformativo. Pertanto la Commissione ha avviato la creazione condivisa di un percorso di transizione per l’ecosistema tessile: uno strumento collaborativo concepito per agevolare la ripresa dell’ecosistema dagli effetti negativi della pandemia da COVID-19, che negli ultimi due anni hanno colpito le operazioni quotidiane delle imprese.

Lo strumento contribuirà alla sopravvivenza a lungo termine delle imprese rafforzando la loro capacità di resistere all’agguerrita concorrenza globale e agli shock futuri. Tutti gli attori sono incoraggiati a partecipare attivamente al processo di creazione condivisa attraverso il loro impegno in materia di circolarità e modelli imprenditoriali circolari, azioni volte a rafforzare la competitività sostenibile, la digitalizzazione e la resilienza così come l’individuazione degli investimenti specifici necessari per la duplice transizione.

Anche i prodotti per l’Edilizia devono essere fabbricati per essere più sostenibili

L’ecosistema edilizio rappresenta quasi il 10% del valore aggiunto dell’UE e impiega circa 25 milioni di persone in oltre 5 milioni di imprese. Il settore dei prodotti da costruzione annovera 430.000 imprese nell’UE con un fatturato di 800 miliardi di euro. Principalmente di piccole e medie dimensioni, tali imprese costituiscono una risorsa economica e sociale fondamentale per le comunità locali nelle regioni e nelle città europee.

Il risvolto della medaglia vede gli edifici essere responsabili di circa il 50% dell’estrazione e del consumo delle risorse e di oltre il 30% dei rifiuti totali prodotti ogni anno dall’UE. Inoltre, gli edifici sono responsabili del 40% del consumo energetico dell’UE e del 36% delle emissioni di gas a effetto serra legate all’energia.

La revisione della Construction Products Regulation rafforzerà e modernizzerà le norme in vigore dal 2011 e creerà un quadro armonizzato per valutare e divulgare le prestazioni ambientali e climatiche dei prodotti da costruzione. I nuovi requisiti garantiranno che i prodotti da costruzione siano progettati e fabbricati in base allo stato dell’arte per essere più durevoli, riparabili, riciclabili e più facili da rifabbricare.

La revisione semplificherà inoltre l’elaborazione di norme comuni europee da parte degli organismi di normazione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli alla libera circolazione del mercato interno congiuntamente alla maggiore capacità di vigilanza del mercato e a norme più chiare per gli operatori economici lungo la catena di approvvigionamento. Infine, la revisione del regolamento offrirà soluzioni digitali per ridurre gli oneri amministrativi, in particolare per le PMI, tra cui la banca dati dei prodotti da costruzione e il passaporto digitale dei prodotti.

Il successo dell’iniziativa Sustainable Products dipenderà anche dalla sensibilità dei consumatori

“I consumatori europei desiderano prodotti sempre più rispettosi dell’ambiente e più duraturi. Un impegno che non deve essere ostacolato da informazioni ingannevoli – commenta Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno – Una sostenibilità e un’efficienza delle risorse migliori comportano anche una maggiore resilienza nei confronti di crisi che sconvolgono le catene di approvvigionamento industriali. Sfruttando il potenziale del mercato unico, valorizzando al meglio gli strumenti digitali e migliorando la vigilanza del mercato massimizzeremo le opportunità tanto per le imprese quanto per i consumatori. Una maggiore efficienza energetica e delle risorse, in particolare nei settori edile e tessile, creerà posti di lavoro altamente qualificati in tutta Europa”.

Dunque, è così, l’iniziativa sui prodotti sostenibili può avere successo solo se coinvolge i consumatori, li informa e indirizza il loro processo decisionale. In molti casi, le prestazioni di sostenibilità dei prodotti possono essere facilmente migliorate aumentando la durata e garantendo il riciclaggio alla fine del ciclo di vita.

In effetti, sta ai consumatori decidere se un prodotto debba essere sostituito da uno nuovo; se un prodotto rotto debba essere riparato e, se non è più riparabile, se debba essere sottoposto a un sistema di riciclaggio. Educare e sensibilizzare i consumatori è importante, dunque, per garantire che la sostenibilità sia presa in considerazione e che vengano acquistati sustainable products.

Grazie alle norme aggiornate in materia Sustainable Products, i consumatori potranno compiere scelte d’acquisto consapevoli e rispettose dell’ambiente perché gli è riconosciuto il diritto di apprendere la durata prevista di un prodotto e come questo può essere riparato, laddove possibile. Inoltre, le norme rafforzeranno la tutela dei consumatori da dichiarazioni ambientali inattendibili o false giacché vietano il “greenwashing” e le pratiche ingannevoli sulla durabilità di un prodotto.

Sustainable Products: nuovi strumenti nelle mani dei consumatori per compiere e tutelare scelte sostenibili

Didier Reynders, Commissario per la Giustizia, aggiunge “La questione è semplice. Se non inizieremo a consumare in modo più sostenibile, non riusciremo a raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo. Sebbene la maggior parte dei consumatori desideri offrire il proprio contributo, abbiamo assistito a un aumento delle pratiche di greenwashing e di obsolescenza precoce. Per diventare i veri attori della transizione verde i consumatori devono avere il diritto di essere informati per compiere scelte sostenibili e devono essere tutelati dalle pratiche commerciali sleali che abusano del loro interesse ad acquistare prodotti verdi”.

Per questo, la Commissione propone di modificare la direttiva sui diritti dei consumatori per obbligare i professionisti a informare i consumatori sulla durabilità e la riparabilità dei prodotti. Starà poi a produttori e venditori scegliere il modo più appropriato per fornire tali informazioni al consumatore, sia esso sull’imballaggio o nella descrizione del prodotto sul sito web. In ogni caso tali informazioni devono essere fornite prima dell’acquisto e in modo chiaro e comprensibile.

La Commissione propone, inoltre, diverse modifiche della direttiva sulle pratiche commerciali sleali. Anzitutto la proposta amplia l’elenco delle caratteristiche del prodotto in merito alle quali il professionista non può ingannare il consumatore per includere l’impatto ambientale o sociale, la durabilità e la riparabilità. Aggiunge poi nuove pratiche considerate ingannevoli – la cosiddetta “lista nera” – in base a una valutazione delle circostanze del caso, come la formulazione di una dichiarazione ambientale relativa alle prestazioni ambientali future senza includere impegni e obiettivi chiari, oggettivi e verificabili e senza un sistema di monitoraggio indipendente.

Tali modifiche mirano a offrire certezza del diritto per i professionisti, ma anche ad agevolare l’applicazione delle norme nei casi relativi al greenwashing e all’obsolescenza precoce dei prodotti. Peraltro, la garanzia che le dichiarazioni ambientali sono eque permetterà ai consumatori di scegliere prodotti che siano effettivamente migliori per l’ambiente rispetto ai propri concorrenti. Sarà così incoraggiata la concorrenza spingendo verso prodotti più ecosostenibili, con conseguente riduzione dell’impatto negativo sull’ambiente.

Immagine fornita da Shutterstock

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Claudia Costa

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