L’analisi

Carbon capture, ecco le tecnologie e gli use case più promettenti

Guy Wilkinson, Esg analyst di La Francaise Sustainable Investment Research: “Il processo di cattura, uso e stoccaggio del carbonio esiste da molto tempo, ma quello utilizzato per la Co2 è meno recente e ha avuto successo a fasi alterne”

14 Apr 2022

“Contrariamente a quanto si pensa, il processo di cattura, uso e stoccaggio del carbonio (Ccus) esiste da molto tempo. Per esempio, l’impianto di fertilizzanti Enid in Oklahoma impiega la cattura di CO2 dal 1982, e poi la convoglia ai vicini pozzi di petrolio per un migliore recupero del petrolio. Tuttavia, il Ccus usato per immagazzinare permanentemente la CO2 è meno comune e ha avuto successo solo a fasi alterne”. A parlare è Guy Wilkinson, Esg analyst di La Francaise Sustainable Investment Research, che indica anche alcuni esempi in cui questa strategia ha dato dei buoni risultati.

Ma partiamo dalle definizioni: il Carbon Capture, Utilisation & Storage è il processo di cattura di CO2 da combustibili o processi industriali, il trasporto della CO2 stessa tramite condutture o navi, e il suo utilizzo come risorsa per creare prodotti o servizi di valore, o il suo stoccaggio permanente in una formazione geologica sotterranea profonda.

“La CO2 è usata in diverse tecnologie – spiega Wilkinson – dalla refrigerazione alle bevande gassate. Tuttavia, la modalità di gran lunga più utilizzata per il carbonio catturato è quella del recupero avanzato del petrolio. Si tratta di un processo in cui la CO2 derivata dal processo di combustione nelle centrali elettriche viene iniettata nuovamente nel terreno per consentire un’ulteriore estrazione di combustibili fossili. Questo solleva una serie di domande sulla sostenibilità a lungo termine e sugli obiettivi net zero, perché anche se tale processo in teoria abbassa le emissioni di gas serra derivate dalla produzione di energia, lo fa per poi facilitare ulteriori attività ad alta emissione”. Quanto poi alle tecnologie di cattura, si va dalla separazione fisica utilizzando un solvente liquido come il Selexol, alla separazione a membrana basata su dispositivi inorganici che hanno un’alta selettività di CO2.

Tra i progetti più interessanti Wilkinson cita quello di Gorgon Lng, in Australia: “E’ forse il più grande progetto Ccus attualmente in funzione – spiega Wilkinson – Questa joint venture tra Chevron (47%), Shell (25%) e ExxonMobil (25%) ha investito oltre 3 miliardi di dollari nel programma che è arrivato a catturare 5,5Mt di CO2 a partire dall’agosto 2019. Nonostante questi numeri – prosegue – non ha raggiunto il suo obiettivo generale fissato all’80%, arrivando solo al 68%. Questo ha innescato il reso obbligatorio di 5,3 milioni di crediti di carbonio al governo dell’Australia Occidentale. Infatti, le emissioni di gas serra derivanti dall’estrazione, lavorazione e uso del metano di Gorgon Lng, implicano che il progetto Ccus cattura solo il 2% delle proprie emissioni complessive”.

Altro esempio è quello del Drax Bio Energy Carbon Capture and Storage (Beccs): “Drax ha un approccio diverso a proposito della riduzione delle emissioni. Invece di adattare le centrali a carbone esistenti con la tecnologia Ccus, ha convertito le vecchie centrali a carbone in centrali a bioenergia completamente funzionanti – sottolinea Wilkinson – Queste sono poi dotate di tecnologia Ccus per catturare le emissioni derivanti dalla combustione della biomassa. Drax ha l’obiettivo di catturare ogni anno dall’atmosfera 8 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Grazie al successo del primo progetto pilota, ne è stato lanciato un secondo in collaborazione con Mitsubishi Heavy Industries. La seconda unità Beccs sarà pienamente operativa entro il 2030”.

Entrambi questi progetti pilota, secondo la lettura dell’analista, contribuiscono alla concezione più allargata di un “Zero Carbon Humber”, un riferimento al polo industriale nel nord-est dell’Inghilterra, che può servire da esempio per un futuro industriale net zero nella regione.

Il progetto Northern Lights in Norvegia è un tentativo di sviluppare la prima infrastruttura di trasporto e stoccaggio di CO2 open-source al mondo – conclude Wilkinson – Il progetto è guidato da Equinor, Shell e Total e potrà immagazzinare 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una volta che la CO2 viene catturata, viene trasportata in forma liquida da navi, e poi iniettata nella roccia a circa 1.000-2.000 metri sotto il fondo del mare. La joint venture ha in programma di espandere la capacità di altri 3,5 milioni di tonnellate portandola ad un totale di 5 milioni di tonnellate.

“Tutti questi progetti – conclude – dimostrano una grande ambizione, ma finora hanno portato a risultati contrastanti. Questo ci ricorda l’importanza di decarbonizzare ogni settore il più rapidamente possibile, migliorando al contempo l’efficacia della tecnologia Ccus per garantire il raggiungimento degli obiettivi di net zero, in linea con il 2DS dell’Agenzia Internazionale dell’Energia”.

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